TTIP fallito! … per ora

TTIP fallito

TTIP fallito, per ora, così pare, e mentre ci possiamo aspettare di tutto e di più, dai prossimi mesi in cui molti Paesi interessati si preparano alle elezioni, vediamo di cosa si tratta e l’attuale situazione di TTIP fallito.



TTIP: di cosa si tratta

E’ l’acronimo pari pari di “Transatlantic Trade and Investment Partnership” che tradotto nella nostra lingua significa “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti”. Si tratta di un accordo tra Stati Uniti ed Europa di tipo prettamente commerciale ma che influisce “a catena” su molti altri ambiti.

Di base prevede l’integrazione tra i mercati dei due protagonisti, “noi europei” e loro, al di là dell’oceano Atlantico, ciò dovrebbe avvenire, o avrebbe dovuto avvenire, tenendo conto che ad oggi si parla di TTIP fallito, tramite l’abbattimento dei dazi, cioè delle barriere economiche. Non solo, però: per una vera integrazione con questo TTIP fallito si intendeva eliminare anche regolamenti, norme e standard, quindi ostacoli che, seppur non di tipo tariffario, bloccavano l’integrazione completa dei mercati USA ed Europa.

Lo scopo della proposta ormai tramontata, era quello di dare il via libera alla circolazione delle merci nei territori di tutti i Paesi coinvolti. Come vedremo, ciò avrebbe avuto vantaggi e svantaggi per ciascuno dei Paesi, Italia compresa che, si è divisa, tra fazioni pro e contro. A metter fine, per ora, al dibattito in tal merito, è stato però un membro del governo tedesco.

TTIP fallito

TTIP fallito grazie al no tedesco

Gli scorsi giorni una “uscita” del vice cancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Sigmar Gabriel ha fatto il giro del mondo facendo considerare ormai da tutti, o quasi, il TTIP fallito. Il trattato di libero scambio Usa-Ue “saltato”. Precisamente, il tedesco ha spiegato il fallimento dicendo che, da europei, non è pensabile accettare “supinamente” quanto richiesto dalla controparte americana.

Non si è fermato a questo, il ministro socialdemocratico Gabriel ha messo quasi definitivamente una pietra sopra aggiungendo una frase piuttosto “pesante” sul TTIP fallito. Ha infatti dichiarato chiaro e tondo, intervistato da una rete tedesca, la Zdf, che “non ci sarà più alcun passo avanti, anche se nessuno lo vuole ammettere veramente”.

Certo l’iter di questo TTIP fallito non è mai stato proprio semplice, tanto che da mesi spunta ogni tanto nei titoli di giornale e anche chi di noi non è sempre sul pezzo, il nome, il suono, lo avverte come famigliare. E menomale, visto che le conseguenze ci toccherebbero, ci toccheranno, ci avrebbero toccato, da molto vicino.

Dal nascere del TTIP, ci sono stati 14 round di colloqui tra le parti e mai è stata trovata la men che minima intesa, su neanche uno, un solo, capitolo dei 27 che lo compongono. Siamo “in ballo” dal 2013, anno in cui i negoziati si sono aperti. Se è tedesca la firma sulla dichiarazione di TTIP fallito, ufficialmente, non si può comunque parlare di voce isolata, in Italia non sono mai mancate perplessità, e anche la Francia non ha mai mostrato un grande entusiasmo verso questo trattato spesso visto come unilaterale americano.

TTIP fallito

TTIP Italia: le conseguenze che avrebbe avuto per i nostri prodotti

Senza chiuderci nei nostri confini, diamo comunque una occhiata a come il TTIP fallito avrebbe cambiato il destino dell’Italia e dei suoi prodotti. Sui prodotti alimentari, ma non solo, ci sarebbe probabilmente stato un abbassamento degli standard igienici e sanitari, non per un pregiudizio popolare ma perché, carte alla mano, la legislazione Usa è effettivamente meno stringente della nostra. Ad esempio avremmo dovuto cancellare due importanti conquiste: l‘etichettatura e la tracciabilità dei prodotti.

Il TTIP fallito mirava, e si vantava, di poter abbattere i tempi per ottenere il via libera all’esportazione di prodotti Ue in Usa, oggi spesso molto lunghi, addirittura proibitivi per chi commercia tra le due sponde dell’Atlantico. Okay, acceleriamo i tempi?

Teoricamente, ottimo, ma chi ci assicura questa gran fretta non faccia si gli europei possano essere “inondati” di tutti quei prodotti che finora non hanno voluto nei propri mercati? Con questo, mi riferisco ad esempio ad ortaggi trattati con certi pesticidi, alle verdure ogm o alla spesso citata “carne agli ormoni”.

Se da una parte un paese come il nostro, poteva vedere nel TTIP fallito una opportunità per esportare più facilmente il made in Italy così noto, osannato e richiesto soprattutto in settori come fashion, food e design, allo stesso tempo, chi ha festeggiato la dichiarazione di TTIP fallito era terrorizzato all’idea che i nostri preziosi prodotti di qualità, e di nicchia, da intenditori, potessero finire stritolati, commercialmente parlando, dalle multinazionali “XXL” senza scrupoli e made in USA.

TTIP fallito

Un aumento dell’occupazione, possibile, presumibilmente sarebbe corrisposto ad una diminuzione dei diritti dei lavoratori e qui non vale “mal comune mezzo gaudio” e neanche “più si è, meglio è”, anzi! Un accenno anche alle conseguenze che il TTIP fallito avrebbe avuto anche sulla cosmesi in cui l’Italia, a braccetto e sgomitando con la Francia, ha ottimi risultati.

Bastano due numeri per intuire cosa avrebbe potuto accadere: in Europa le sostanze considerate a rischio per la salute sono oltre 1300, in Usa sono 11, un gap che, anche a giungere ad un compromesso, sarebbe stato un grosso danno per i consumatori.

TTIP fallito

TTIP: la posizione di Greenpeace

Ho evitato finora di parlare di come per l’ambiente sia da festeggiare il fatto che si parli di TTIP fallito. In questo settore, come in quello dell’energia, tra USA ed Europa ci sono normative molto diverse, a partire ad esempio da quelle che regolano le estrazioni.

Non poteva certo tacere Greenpeace che ha subito fatto notare come l’apertura del nuovo mercato globale avrebbe potuto portare all’abolizione dei limiti per la ricerca di petrolio mediante la tecnica del fracking. Non solo, un altro scampato, per ora, pericolo, è la facilitazione delle esportazioni legate a tecniche ad alto impatto ambientale come ad esempio quelle da sabbie bituminose. A Greenpeace si è unita, soprattutto sui temi più green, Legambiente con numerose e mai celate perplessità sul Ttip.

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Pubblicato da Marta Abbà il 2 settembre 2016