Vivere nel verde: Pecoranera in Carnia

Vivere nel verde

Vivere nel verde, e ragionare in modo olistico: Devis Bonanni ha scelto, e anche Monica, e oggi a Raveo, in provincia di Udine, conducono una vita semplice e a basso impatto ambientale, minimizzando gli sprechi di energia ma non facendosi mancare nulla che non sia necessario. Il loro progetto di vita si chiama Pecoranera, e dimostra che vivere nel verde non è affatto da eremiti, loro sono la dimostrazione, e molti giovani li vanno a trovare per periodi di lavoro in cambio di ospitalità.

1) Quando e come è vi è venuta l’idea di questo progetto? Visto oggi cosa avete “perso” e cosa “guadagnato” realizzandolo?
Nel 2002 mi capitò in mano un articolo che parlava di agricoltura e autosufficienza alimentare ed energetica. C’era illustrata la fattoria dei sogni, quella che disegniamo da bambini, sognando di vivere nel verde. Evidentemente ero alla ricerca di qualcosa: avevo 18 anni e sentivo il fuoco dell’impegno politico e sociale. In quella piccola utopia a colori vidi una proposta oltre la protesta. Anche grazie a questa scelta ho smesso di pensare in termini economicistici per ragionare in modo olistico.

2) Che investimento iniziale avete fatto? Cosa è stato più difficile all’inizio?
Considerando che avevo già un tetto sopra la testa, per avviare l’agricoltura di autosussistenza stimo siano stati necessari 5mila euro a persona di cui 4mila per 2000mq di terreno, in montagna, ed il resto in sementi, piante e attrezzi. La difficoltà più grande non è stata economica però, bensì superare le prigioni mentali. Il filosofo R.W. Emerson scrisse: “Credere nel proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, personalmente per voi, sia anche vero per tutti gli uomini, ecco, è questo il genio. Date voce alla convinzione latente in voi, ed essa prenderà significato universale”. Siamo capaci di seguire fino in fondo il nostro genio?



3) Oggi vi auto-sostenete? Cosa producete? Utilizzate particolari metodi?
Quando siedo a tavola e guardo nel piatto posso dire di trovare sempre due o tre cose che provengono dalla nostra terra, e solo una che è stata acquistata. Ad esempio una cena potrebbe essere insalata di cappuccio, con uova, ravanelli e fagioli. Solo la farina per fare il pane sarebbe stata acquistata. Siamo in grado di auto-rifornirci di frutta e verdura, patate e fagioli, farina da polenta e, fra poco, anche di cereali come orzo e frumento. Coltiviamo ovviamente con il metodo biologico e cercando di seguire i principi della permacultura. Pure la cosa più dura rimane questo vizio di “far rendere” la Terra invece di ringraziare per ogni pasto che ci è donato.

4) Dal punto di vista energetico come vi gestite?
Dici Carnia dici bosco: qui si vive nel verde. Scaldiamo casa e acqua sanitaria solo a legna da noi stessi tagliata. Nella casa degli ospiti abbiamo anche un micro impianto fotovoltaico ma dove abitiamo siamo allacciati alla rete. Credo meno nelle energie alternative e molto nel risparmio energetico: con pochi accorgimenti e meno cianfrusaglie elettriche si può consumare molto poco.

5) Come si fa a venirvi a trovare? Chi arriva di solito?
Le modalità sono quelle del Woofing. Vitto e alloggio in cambio di quattro-sei ore di lavoro nei campi o nel bosco. Passano di qua molti giovani: forse si stanno accorgendo che questo mondo globalizzato e tecnocratico non ha risposte per tutti.

6) Ci sono altre realtà come la vostra con cui siete in collegamento? Potreste diventare un ecovillaggio?
Il termine ecovillaggio è un termine difficile e già travisato. E’ difficile perché tira in ballo l’aspetto di condivisione: ne siamo davvero capaci? E’ travisato perché lo si sta già appiccicando a luoghi che sono più che altro quartieri costruiti in bioediliza, o addirittura a eco resort. Indica un traguardo lontano. Si contano sulle dita di una mano le esperienze italiane che potrebbero definirsi tali a ragion veduta. Io cercherei un termine più moderno, meno statico. Qualcosa che indichi sia una componente ecologica ma anche di interconnessione tra le persone. Fluidità di azione e capacità di fermarsi a riflettere sulla nostra condizione di ospiti del pianeta Terra. Mi date una mano?

7) Avete progetti per il futuro di ampliare la vostra attività o di variarla?
Siamo stati enormemente fortunati. Abbiamo fatto molto grazie a condizioni favorevoli. Vorremmo costituire un punto d’appoggio per chi desiderasse intraprendere un percorso simile nei nostri dintorni. Vogliamo usare un termine fuori luogo? Una sorta di incubatore per start up utopico- rivoluzionarie. Stiamo acquisendo tutto ciò che può essere utile anche ad altri: sementi, piante, conoscenze, macchinari, contatti. Gli interessati sanno dove trovarmi.

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Pubblicato da Marta Abbà il 2 novembre 2013