Marine litter: significato e rimedi

Marine litter

Marine litter, rifiuti marini, non perché arrivano dal mare ma perché lo rovinano e a volte ne compromettono la salute. Questo termine internazionale può infastidire i puristi della lingua italiana ma dall’altro lato ci deve far capire che è diventato da tempo un problema senza confini e di dimensioni e impatto globali. L’Italia, con le sue tante coste e i suoi mari così amati, non è affatto esente dal marine litter, anzi, è uno dei paesi che meno curano la salute delle acque che la accarezzano.



Marine litter: significato

Quando parliamo di marine litter vogliamo indicare quel tipo di rifiuti che sono stati dispersi in mare e lungo le coste. Volontariamente od involontariamente, nel senso che sono stati dispersi altrove ma sono arrivati al mare.

Questo problema ha già assunto da anni delle proporzioni preoccupanti e l’allarme è scattato quando da problema “da ambientalisti fissati” è diventata una grave questione con un impatto economico da otto miliardi di euro l’anno. I rifiuti marini che maggiormente sono presenti sono la plastica e microplastiche.

Marine litter: Legambiente

Questa associazione è in prima linea da tempo nel denunciare la presenza di marine litter nel nostro paese cercando di svegliare le coscienze e trovare dei rimedi partendo dallo studio del fenomeno. Gli scorsi anni Legambiente, assieme ad Enea, ha effettuato una interessante analisi della tipologia delle plastiche campionate durante le campagne estive di Legambiente Goletta Verde e anche di Goletta dei laghi.

Il 96% dei rifiuti trovati nelle nostre acque è costituito da plastica, dalle buste soprattutto, (16%), e dai teli (10%). Reti e lenze non potrebbero certo mancare, nel mare, (4%), ma si trovano anche frammenti di polistirolo, (3%), bottiglie, (3%), tappi e coperchi (3%), stoviglie (2%), assorbenti igienici (2%) e cassette di polistirolo intere o in frammenti (2%).

E’ chiaro che sono rifiuti causati da una cattiva gestione dei rifiuti urbani e dei reflui civili e solo in seconda battuta si può puntare il dito contro le attività produttive. Se per marine litter intendiamo rifiuti marini, Legambiente ci ricorda che anche i nostri laghi sono molto inquinati, non meno dei mari, soprattutto a causa delle microplastiche.

Marine litter

Marine litter: traduzione

Si traduce letteralmente “rifiuti marini” ma è chiaro che in questo caso, utilizzare un termine inglese non è solo una fissazione di chi desidera trasformare ogni parola in lingua diversa dall’italiano. Parlare di marine litter serve per comunicare con tutti gli altri paesi con lo stesso problema, la maggior parte, e trovare il modo di collaborare. Anche perché il mare è di tutti e di nessuno.

Marine litter in Italia

Se osserviamo cosa accade nella nostra Italia, vediamo dai dati di Legambiente e con i nostri occhi, che la principale causa del fenomeno è la plastica e la nostra cattiva condotta nella raccolta differenziata. La situazione migliora, soprattutto in alcune zone virtuose, ma in generale siamo piuttosto bassi in classifica.

Più che pulire il mare serve prevenire il problema attuando campagne di sensibilizzazione e lavorando sull’innovazione di processo e di prodotto e sull’avvio di una filiera virtuosa del riciclo.

Oltre ai “classici” rifiuti di plastica, ci si sta concentrando anche sulle microparticelle di plastica utilizzate nei cosmetici e i cotton fioc non biodegradabili e compostabili che vanno ad aggiungersi al marine litter “storico”.

Marine litter e startup

La sfida del marine litter è stata accolta da alcune giovani realtà che, da startup innovative e green, hanno visto nella lotta alla plastica nei mari, una opportunità anche di business, oltre che di dare una mano al Pianeta. Una startup è risultata particolarmente interessanti alla giuria della IH Fellowship on Ocean Cleanup, il primo contest mai realizzato in Italia dedicato a progetti d’innovazione per diminuire l’impatto dei rifiuti o dell’inquinamento off-shore, costiero e subacqueo delle acque salate.

Marine litter

Si tratta Gr3n, una impresa che ha sviluppato una tecnologia che permette il riciclo chimico di alcune plastiche, permettendo una vita indefinita del materiale. Il suo ambizioso obiettivo è quello di arrivare ad intercettare quei 53 milioni di tonnellate che ogni anno finiscono in discariche o inceneritori per impossibilità di riciclo o di riutilizzo. Gr3n, mentre l’Italia cerca di educarsi e di migliorare la propria condotta, ha iniziato il suo percorso di incubazione in Impact Hub Milano.

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Pubblicato da Marta Abbà il 21 febbraio 2018