Tutela ambientale in Spiaggia

Gli stabilimenti ambientali dovrebbero essere un presidio di tutela ambientale, uno sportello di promozione del territorio. Purtroppo questo non è sempre possibile e tutto dipende dalle concessioni demaniali degli stabilimenti balneari. Non sempre gli stabilimenti balneari riescono a garantire una corretta tutela ambientale e non gestiscono ad hoc le aree loro assegnate, anzi, secondo il WWF Italia, troppe volte sono stati protagonisti di problemi legati ad abusivismi e a pratiche ambientali scorrette.

Il giro d’affari che interessa le spiagge coinvolge circa 30 mila aziende e 600 mila operatori. Le cosiddette spiagge libere diminuiscono vertiginosamente perché le concessioni per gli stabilimenti balneari sono più che raddoppiati passando da 5.368 nell’anno 2001 fino ai 12.000 stabilimenti presenti oggi. Sono 18 milioni di metri quadrati e 900 km occupati sui 4 mila km di spiagge degli 8mila km di coste italiane.

Mentre si discute sulla direttiva Bolkenstein, il WWF propone strategie per rilanciare un turismo balneare più sostenibile e rispettoso dell’ambiente. Il problema è che i km occupati dagli stabilimenti balneari, non sempre sono gestiti nel rispetto dell’ambiente o per il bene comunitario. E’ per questo che ci vogliono strategie migliori per l’assegnazione o la riassegnazione delle concessioni demaniali degli stabilimenti. Ci vogliono criteri che non badano solo ai parametri economici, con l’applicazione della Direttiva Europea Bolkenstein si rischia di concedere stabilimenti solo su meri dati economici mentre bisognerebbe preferire assegnare le spiagge a piccolo o medie imprese locali che garantiscono il bene comunitario.

““Secondo il WWF le assegnazioni dovrebbero avvenire attraverso la valutazione di un progetto di gestione dove il canone di concessione riconosciuto allo Stato è solo uno dei parametri. Altri parametri possono e devono essere introdotti, quali ad esempio: la gestione ambientale non solo delle aree affidate ma anche di quelle limitrofe su cui può ricadere l’impatto delle attività; progetti di riqualificazione ambientale o naturalistica; l’adozione di parametri di efficienza energetica; l’utilizzo di prodotti a km zero legati al territorio; la promozione di beni culturali o ambientali del contesto in cui lo stabilimento opera. Insomma un progetto dove lo stabilimento sia uno sportello di informazione e promozione e un presidio di tutela ambientale. Per fare questo occorre discutere in modo realistico, affrontare correttamente il tema e non pensare di poterlo eludere con iniziative discutibili sotto il profilo del diritto comunitario”.

Fonte dati: Dossier WWF, “Spiagge d’Italia: bene comune, affari per pochi”, luglio 2012”

Pubblicato da Anna De Simone il 9 agosto 2012