Rifiuti urbani, 10 miliardi spesi e un sistema ancora a pezzi

addetto immondizia

Gestire i rifiuti urbani in Italia costa quasi 10,9 miliardi di euro l’anno, ma il sistema resta frammentato, disomogeneo e lontano dagli obiettivi europei di riciclo. È il quadro che emerge dal Capitolo 6 della Relazione Annuale ARERA 2025, che analizza governance, performance ambientali e dinamiche tariffarie del biennio 2024-2025.

Il dato più critico è il divario tra raccolta differenziata e riciclo effettivo: 15,4 punti percentuali di scarto che rimettono in discussione l’intero sistema di misurazione delle performance del settore e proiettano la loro ombra sul prossimo periodo regolatorio, l’MTR-3.

Governance: quasi 2.700 enti competenti, aggregazione ancora lontana

Ad aprile 2026 risultano iscritti all’Anagrafica operatori ARERA 8.152 soggetti, in lieve calo rispetto agli 8.386 dell’anno precedente. Il dato più significativo riguarda la riduzione degli Enti Territorialmente Competenti (ETC): da 3.221 a 2.698, con una flessione superiore al 19%. ARERA considera però questo processo ancora lontano dal completamento.

Tra i gestori iscritti, quasi l’87% è rappresentato da enti pubblici, in larga parte Comuni che si occupano esclusivamente della gestione tariffaria. Il 66% dei gestori dichiara una sola attività e meno dell’1% copre l’intero ciclo integrato. Il risultato è una filiera estremamente segmentata, in cui raccolta, trattamento e smaltimento vengono affidati a soggetti distinti. Al tempo stesso, i soli 38 ETC sovracomunali con bacino superiore a 250.000 abitanti coprono già circa il 65% della popolazione analizzata.

Produzione in crescita: il disaccoppiamento dal PIL non è ancora realtà

Nel 2024 la produzione italiana di rifiuti urbani ha raggiunto quasi 30 milioni di tonnellate, con un incremento del 2,3% rispetto al 2023. Nello stesso periodo il PIL e i consumi finali sono cresciuti dello 0,7%: un dato che conferma come il disaccoppiamento tra crescita economica e produzione di rifiuti, obiettivo esplicito della normativa europea recepita nel d.lgs. 116/2020, non sia ancora strutturalmente conseguito.

Gli aumenti più marcati si registrano al Nord-Est (+4,2%) e al Nord-Ovest (+3,2%), mentre Sud e Isole mostrano incrementi più contenuti, rispettivamente +0,7% e +1,0%.

Raccolta differenziata al 67,7%: il dato nazionale nasconde forti divari

La raccolta differenziata ha raggiunto il 67,7% a livello nazionale nel 2024, superando l’obiettivo del 65% fissato dal d.lgs. 152/2006, per un totale di oltre 20 milioni di tonnellate. Nel 2024 hanno raggiunto questa soglia anche Abruzzo e Basilicata. Tuttavia il dato medio cela differenze territoriali molto marcate tra le diverse macro-aree del Paese.

La composizione merceologica è dominata dalla frazione organica (37,8%), seguita da carta e cartone (19,5%), vetro (11,3%), plastica (8,8%) e legno (5,6%).

Il nodo centrale: differenziare non significa riciclare

Il passaggio più rilevante dell’analisi ARERA riguarda il divario tra raccolta differenziata e riciclo effettivo. Nel 2024 la percentuale di preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio si è fermata al 52,3%, contro il 67,7% della raccolta differenziata: uno scarto di circa 15,4 punti percentuali che evidenzia criticità qualitative nella selezione e nel trattamento delle frazioni.

Questo dato ha rilevanza normativa diretta: il target europeo fissato dalla direttiva 2008/98/CE prevede il 55% di riciclo entro il 2025, il 60% entro il 2030 e il 65% entro il 2035. Il riciclo effettivo attuale è ancora 2,7 punti al di sotto dell’obiettivo 2025. Come evidenziato anche nella Consultazione 147/2025/R/rif, la responsabilità del raggiungimento dei target si distribuisce lungo l’intera filiera e non può essere ricondotta al solo indicatore della raccolta differenziata.

Tariffe 2024-2025: aumenti per recuperare l’inflazione, non per migliorare i servizi

Per l’aggiornamento biennale del MTR-2, ARERA ha ricevuto predisposizioni tariffarie riguardanti 6.125 Comuni, pari al 78% del totale nazionale, con una copertura di quasi 51 milioni di abitanti. I costi complessivi sottesi ai Piani Economico-Finanziari ammontano a circa 10,9 miliardi di euro, con entrate tariffarie validate di circa 10,4 miliardi. L’80% dei costi è costituito da costi operativi.

Il dato più critico sul piano sociale è che oltre l’80% degli ambiti tariffari si colloca nello Schema I del MTR-2, quello che non prevede obiettivi di miglioramento qualitativo né ampliamenti del servizio. La gran parte degli incrementi tariffari del biennio ha quindi assolto principalmente una funzione di recupero dell’inflazione, non di finanziamento di nuovi investimenti. Più del 30% degli ambiti ha inoltre rinviato al periodo successivo una quota di costi eccedenti il limite annuale, configurando una ‘coda tariffaria’ che si innesterà nell’MTR-3.

Divari territoriali, gap EPR e le sfide del prossimo periodo regolatorio

Il valore medio nazionale delle entrate tariffarie si attesta a circa 442 euro per tonnellata, ma con differenze strutturali profonde: le Isole presentano un costo medio superiore di oltre il 56% rispetto al Nord-Est, differenza che riflette in larga misura la disomogenea disponibilità di impianti di trattamento sul territorio nazionale.

A questo si aggiunge il tema della responsabilità estesa del produttore (EPR): circa il 58% della popolazione analizzata vive in ambiti in cui la copertura dei costi degli imballaggi da parte dei sistemi EPR è inferiore al 40%, contro un obiettivo regolatorio dell’80%. Il gap si trasferisce inevitabilmente sulla TARI e non può essere risolto dalla sola leva tariffaria. In vista dell’MTR-3 (2026-2029), le variabili determinanti diventano quindi la qualità del riciclo, la dotazione impiantistica, l’aggregazione territoriale e un’adeguata copertura EPR.