
L’effetto immediato degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran è già visibile nel modo in cui il mercato sta riprezzando il rischio geopolitico. Reuters riferisce che il Brent è balzato di circa il 10% nelle contrattazioni over-the-counter, arrivando intorno agli 80 dollari al barile, dopo che fino a venerdì il riferimento era area 73 dollari. Il punto centrale, però, non è solo il bombardamento in sé: il vero detonatore per il petrolio è il timore di interruzioni nei flussi dal Golfo e, soprattutto, nello Stretto di Hormuz.
Dire con precisione quanto salirà il petrolio sarebbe poco serio, perché in questa fase il prezzo dipende da variabili militari e logistiche che possono cambiare di ora in ora. Si può però ragionare per scenari. Prima dell’escalation, un sondaggio Reuters su 34 analisti indicava per il 2026 un prezzo medio del Brent di 63,85 dollari, segno che il mercato di base restava orientato verso un anno relativamente più abbondante sul fronte dell’offerta. Oggi quella base è stata superata dal premio al rischio.
Perché il mercato reagisce così rapidamente
Il petrolio corre perché lo Stretto di Hormuz è uno snodo decisivo del sistema energetico mondiale. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 attraverso quel passaggio sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi. La stessa EIA sottolinea che le alternative sono limitate e che una chiusura, anche temporanea, può creare ritardi di fornitura e costi di trasporto più alti.
A rendere il quadro più teso c’è il fatto che diversi grandi operatori hanno già sospeso o deviato i traffici. Reuters riporta che Maersk, Hapag-Lloyd e CMA CGM stanno dirottando navi intorno al Capo di Buona Speranza, lontano dal Canale di Suez e dal Bab el-Mandeb, mentre Maersk e Hapag-Lloyd hanno fermato i passaggi nello Hormuz. Questo significa non solo meno fluidità nell’offerta di greggio e carburanti, ma anche trasporti più lenti e costosi per una parte rilevante del commercio internazionale.
Gli scenari possibili per il prezzo del greggio
Le stime più credibili oggi non parlano di un solo target, ma di una forchetta di scenari:
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Se il conflitto restasse circoscritto e senza danni duraturi alle esportazioni, diversi analisti vedono un Brent in area 80 dollari, o comunque 5-10 dollari sopra il livello di partenza precedente agli attacchi.
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Se le tensioni continuassero per giorni con traffico marittimo ostacolato, Rabobank vede prezzi sopra i 90 dollari nel breve termine, mentre Rystad stima un possibile approdo intorno a 92 dollari alla riapertura piena degli scambi.
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Se invece lo Stretto di Hormuz restasse bloccato più a lungo, Barclays e altri osservatori citati da Reuters ritengono possibile un petrolio a 100 dollari al barile o persino oltre.
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Secondo Mizuho, anche senza una chiusura totale dello stretto, un premio geopolitico del 10-25% non sarebbe affatto sorprendente, mentre una chiusura piena rappresenterebbe un evento da premio di rischio ancora più alto.
La sintesi più realistica, al momento, è questa: il petrolio può restare molto volatile, con uno scenario base spostato più vicino a 80-90 dollari e con la soglia dei 100 dollari che diventerebbe concreta se la crisi si trasformasse in un’interruzione prolungata delle esportazioni dal Golfo.
I fattori che possono limitare il rialzo
Non tutto spinge verso l’alto. Ci sono anche elementi che possono fare da argine a un’esplosione duratura delle quotazioni. L’International Energy Agency segnala che le scorte mondiali di petrolio sono cresciute di 477 milioni di barili nel 2025 e che i dati preliminari mostrano un ulteriore aumento di 49 milioni a gennaio 2026. In altre parole, il mercato entra in questa crisi con un cuscinetto più robusto rispetto a molte fasi del passato.
Anche OPEC+ prova a mandare un segnale, pur modesto. Reuters riferisce che il gruppo ha approvato un incremento di produzione di 206 mila barili al giorno da aprile, mentre Arabia Saudita e Emirati stanno aumentando le esportazioni. Il problema è che, secondo gli analisti citati da Reuters, un blocco serio nello Hormuz potrebbe comunque sottrarre tra 8 e 10 milioni di barili al giorno, quindi il riequilibrio sarebbe solo parziale.
C’è poi il tema delle infrastrutture alternative. La EIA ricorda che Arabia Saudita ed Emirati dispongono di alcune pipeline in grado di bypassare lo stretto, con una capacità disponibile stimata intorno a 2,6 milioni di barili al giorno. È un aiuto importante, ma non sufficiente a neutralizzare del tutto una chiusura prolungata. Per questo il mercato continua a incorporare un premio di rischio elevato.
Le possibili conseguenze per l’Italia
Per l’Italia la questione non riguarda solo la sicurezza militare, ma anche il costo dell’energia importata e la trasmissione ai prezzi interni.
L’Italia sarebbe infatti alla portata dei missili di ultima generazione a disposizione dell’Iran ma il rischio di essere colpiti da un attacco missilistico è estremamente ridotto. I rischi più gravi sono altri.
Istat segnala che nel 2023 la dipendenza energetica dall’estero dell’Italia era pari al 75,6%, superiore alla media UE del 58,3%. Questo rende il nostro Paese particolarmente sensibile agli shock sulle materie prime energetiche e sui trasporti marittimi.
Le ricadute più probabili sono almeno tre. La prima è il rincaro dei carburanti, perché uno studio recente della BCE rileva che gli shock sul prezzo del petrolio hanno un pass-through verso i prezzi energetici al consumo che tende a essere immediato e forte. La seconda è un nuovo impulso all’inflazione, che può arrivare sia dalla benzina sia dai maggiori costi di logistica e trasporto. La terza è la pressione sulle imprese italiane più energivore e su filiere che dipendono dai traffici via Suez e Mediterraneo allargato.
C’è anche un effetto macroeconomico più ampio. La BCE ha stimato che, nell’area euro, un aumento permanente dell’1% del prezzo del petrolio può ridurre il livello del prodotto potenziale di circa lo 0,02% nel medio termine. Non significa che l’Italia entrerebbe automaticamente in recessione, ma indica bene che un petrolio più caro agisce come una tassa esterna su consumi, margini aziendali e crescita. Se il Brent si stabilizzasse solo per qualche settimana sopra gli 80-90 dollari, l’impatto sarebbe gestibile; se invece si avvicinasse ai 100 dollari e ci restasse, il contraccolpo su inflazione, trasporti, turismo, manifattura e fiducia diventerebbe molto più visibile anche da noi.
La lettura più prudente, quindi, è che il petrolio può salire ancora, ma la vera discriminante non è l’attacco iniziale: è la durata delle interruzioni nel Golfo. Oggi il mercato sta dicendo che un Brent in area 80-90 dollari è uno scenario plausibile, mentre quota 100 dollari dipende da una crisi più lunga e più dura nello Hormuz. Per l’Italia, anche senza coinvolgimenti diretti, questo basterebbe già a riaprire il tema dei prezzi alla pompa, dei costi logistici e della tenuta della crescita.
