Olio di Palma, tra diritti umani e danni ambientali

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L’olio di palma è il protagonista di svariati dibattiti in ambito nutrizionale sia in quello ambientale. Da sempre gli animalisti hanno additato l’olio di palma come la causa della morte degli oranghi, gli ambientalisti vedono nell’olio di palma un ottimo alleato della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Da un punto di vista alimentare, l’olio di palma non è considerato così salubre ma, mettendo da parte il punto di vista salutistico, andiamo a vedere i danni oggettivi dati dalla produzione industriale dell’olio di palma.

L’olio di palma è contenuto nei nostri spuntini preferiti, in biscotti, mottini, cioccolato e snack vari. Così si innesca un conflitto interno “dovrei mangiare alimenti ricchi di olio di palma finanziando la distruzione della foresta pluviale?”. Mentre ci riflettete, vi diciamo che la produzione di olio di palma sta causando la perdita di zone verdi, in particolare sta distruggendo la foresta pluviale del Sud-Est asiatico, l’habitat naturale degli amabili oranghi.

Mentre gli impatti ambientali della produzione industriale dell’olio di palma sono ben noti e documentati, quando si parla di diritti umani, sono poche le ricerche condotte. Fortunatamente i diritti umani non sono stati trascurati da tutti e un rapporto stilato dal Bloomberg Businessweek contiene i risultati di un’inchiesta durata nove mesi.

L’industria dell’olio di palma non sembra affatto nobile. I danni ambientali hanno conseguenze sul cambiamento climatico e minano seriamente la salvaguardia della biodiversità della foresta pluviale del Sud-Est asiatico. Ad affiancare i danni ambientali si mettono anche le violazioni dei diritti umani. Nel Rapporto del Bloomberg Businessweek si legge che tra i circa 3,7 milioni di lavoratori del settore, sono migliaia i bambini lavoratori. Allo sfruttamento minorile si aggiungono le condizioni di lavoro: i lavoratori devono affrontare situazioni di pericolo e di soprusi. Nel rapporto si parla addirittura di una sorta di “schiavitù”.

Nell’indagine di nove mesi, il team di Bloomberg ha osservato vari casi e tra questi ha riportato la storia di un diciannovenne indonesiano che, insieme a suo cugino, ha lasciato la sua abitazione per andare a lavorare in una piantagione di olio di palma. Il ragazzino aveva accettato la proposta del caposquadra: una paga di sei dollari al giorno per guidare i camion. Sei dollari al giorno rappresentano un salario minimo nel Borneo (dove si trovava la piantagione). Se gli accordi fossero stati mantenuti forse il destino dei due ragazzi sarebbe stato differente. Come riferito dal Report, durante il tragitto il caposquadra costrinse i ragazzi a firmare un contratto di lavoro che li vincolava a una paga al lordo di 5 dollari al giorno. I ragazzi non hanno mai percepito neanche questa retribuzione, quando hanno protestato per lasciare la piantagione di olio di palma, i datori (il report afferma che si tratta della Kuala Lumpur Kepong, una multinazionale malesiana -KLK-) hanno impedito ai ragazzi di andare via. Insomma, una volta entrati nella piantagione di olio di palma i ragazzi si sono trovati in una sorta di condizione di schiavitù dove percepivano solo 16 dollari al mese e dove sono stati costretti a lavorare per 2 anni. Al termine dei due anni i ragazzi hanno potuto abbandonare la piantagione, per inciso sono scappati! Dopo l’intervento di alcune organizzazioni, tra cui anche la Rainforest Action Network, i funzionari della KLK si sono scusati con i due ragazzi e hanno promesso di restituire le paghe concordate.

La testimonianza dei ragazzi non è la sola. Nella piantagione di Berau, di proprietà di un altro azionista locale, sono state raccolte le testimonianze spaventose di almeno 95 operai che sono stati costretti a lavorare in condizioni disumane per un minimo di due anni. Gli alloggi degli operai sono costituiti da baracche senza finestre. Secondo la Menapak, una ONG al servizio dell’ambiente, chi lavora nelle piantagioni di olio di palma è costretto a bere acqua stagnante perché le provviste di acqua dolce date ai lavoratori non durano più di una settimana al mese.

In cosa verte il lavoro?
Alcuni operai vengono portati alle piantagioni di olio di palma per effettuare lavori di amministrazione, contabilità o da trasportatori. Purtroppo qualche giorno dopo si ritrovano a tagliare, piantare e fare altri lavori pesanti senza un minimo di protezione. Un lavoratore ogni giorno doveva diffondere almeno 20 sacchi da 50 kg di fertilizzante. Gli operai sono stati costretti a lavorare con il paraquat, una sostanza dannosissima per la salute umana e per l’ambiente (si tratta di un erbicida vietato in almeno 32 paesi, lo scorso aprile la Cina è divenuto il 33° paese a vietare questa sostanza).

Pubblicato da Anna De Simone il 26 luglio 2013