Cosa sapeva l’industria del gas già alla fine degli anni ’60

condotti del gas

L’industria dei combustibili fossili sarebbe stata consapevole fin dalla fine degli anni Sessanta dei rischi climatici associati alle emissioni e alle perdite di metano, ma avrebbe continuato per oltre cinquant’anni a presentare il gas naturale come una fonte di energia «pulita».

È la tesi centrale di un’indagine pubblicata dal Center for Climate Integrity, organizzazione statunitense che ha ricostruito le strategie comunicative, politiche e scientifiche adottate dal settore del gas nel corso dei decenni.

Il rapporto sul mito del gas «pulito»

Il documento, composto da circa ottanta pagine e corredato da dati, grafici, tabelle e testimonianze, è intitolato La frode del gas naturale “pulito”: come le grandi compagnie petrolifere e del gas hanno creato il mito secondo cui il gas naturale è una soluzione per il clima.

Secondo gli autori, l’industria avrebbe promosso il gas come una soluzione compatibile con la tutela del clima nonostante fosse già a conoscenza dei problemi legati alla dispersione di metano nell’atmosfera.

Il rapporto sostiene che questa narrazione abbia contribuito a proteggere gli interessi economici delle aziende e a favorire una vasta espansione delle infrastrutture del gas, soprattutto negli ultimi due decenni.

La pubblicazione arriva mentre diversi governi discutono nuove politiche per l’estrazione e l’impiego del gas naturale. Nel testo viene richiamata anche la decisione dell’Unione europea di sospendere fino al 2029 le sanzioni previste per le società extra-Ue che non rispettano alcuni requisiti comunitari sulle importazioni di metano.

I documenti utilizzati nell’indagine

La ricostruzione del Center for Climate Integrity si basa su documenti individuati di recente, richieste di accesso agli atti pubblici, comunicazioni interne delle aziende, rapporti riservati e articoli scientifici.

Gli autori hanno inoltre intervistato climatologi, consulenti del settore e rappresentanti di organizzazioni ambientaliste.

Precedenti indagini avevano già esaminato le strategie adottate dalle compagnie petrolifere e del gas rispetto all’inquinamento da anidride carbonica. Il nuovo rapporto si concentra invece sulla risposta dell’industria alle conseguenze climatiche del metano, inserendola in una più ampia storia di ritardi, minimizzazioni e campagne di comunicazione.

I primi avvertimenti risalirebbero al 1968

Tra gli elementi presentati nel documento figurano alcune prove secondo cui il settore sarebbe stato informato dei rischi legati al metano già nel 1968, prima di quanto indicato da precedenti ricostruzioni.

Una revisione commissionata dall’American Petroleum Institute avrebbe collegato la presenza di metano nell’atmosfera sia ai giacimenti petroliferi sia alle perdite dei sistemi di distribuzione del gas.

Il documento avrebbe inoltre avvertito che i meccanismi naturali attraverso cui l’ambiente assorbe il metano potevano essere sovraccaricati da quantità eccessive di emissioni.

Secondo il rapporto, queste informazioni dimostrerebbero che l’industria disponeva già all’epoca di indicazioni rilevanti sul possibile impatto climatico delle proprie attività.

La campagna pubblicitaria avviata nel 1971

All’inizio degli anni Settanta, in un periodo caratterizzato da una crescente attenzione pubblica verso i temi ambientali, il settore avrebbe temuto una riduzione della propria clientela.

Nel 1971 venne quindi lanciata una campagna di pubbliche relazioni intitolata Gas, energia pulita per oggi e per domani.

Secondo l’indagine, l’obiettivo era consolidare l’immagine del gas come alternativa meno inquinante rispetto agli altri combustibili fossili. I mezzi di informazione controllati o sostenuti dall’industria avrebbero contemporaneamente minimizzato il ruolo del metano nel riscaldamento globale.

Il rapporto cita, tra gli esempi, contenuti nei quali il metano veniva presentato come un gas serra poco significativo o privo di particolari controindicazioni.

Lo studio sul metano pubblicato nel 1996

Un altro passaggio dell’indagine riguarda uno studio sul metano pubblicato nel 1996 e cofinanziato dall’Agenzia statunitense per la protezione ambientale, l’Epa.

Secondo le comunicazioni interne riportate nel documento, l’industria del gas avrebbe avuto la possibilità di influenzare i risultati della ricerca.

Alcuni funzionari dell’Epa avrebbero riconosciuto di non disporre delle competenze necessarie per controllare in modo indipendente tutti i dati forniti dalle società del settore. Per questa ragione, secondo il rapporto, eventuali problemi metodologici avrebbero potuto non essere individuati.

Lo studio, pubblicato con il sostegno dell’agenzia federale, sarebbe stato successivamente utilizzato dalle aziende per ridimensionare le preoccupazioni relative alle emissioni fuggitive di metano.

L’espansione del gas negli Stati Uniti

L’utilizzo del gas naturale negli Stati Uniti è aumentato sensibilmente nei decenni successivi all’avvio delle campagne che lo descrivevano come una fonte energetica pulita.

Secondo il Center for Climate Integrity, la percezione positiva costruita dall’industria avrebbe avuto conseguenze durature sulle opinioni dei cittadini e sulle decisioni politiche.

Un sondaggio realizzato da Data for Progress insieme allo stesso Center for Climate Integrity ha rilevato che il 50% dei probabili elettori statunitensi considera il gas naturale una forma di energia pulita.

Dopo aver ricevuto informazioni sul rapporto tra gas naturale e fracking, oltre che sulle strategie comunicative ricostruite dall’indagine, il sostegno complessivo al gas sarebbe diminuito di 46 punti.

Il sostegno a possibili azioni legali

Lo stesso sondaggio indica che quasi tre elettori statunitensi su quattro sosterrebbero un’azione legale contro le compagnie petrolifere e del gas accusate di aver fornito informazioni fuorvianti sui danni associati al gas naturale.

Il dato viene presentato dagli autori come un segnale della crescente richiesta di responsabilità da parte delle aziende.

Il rapporto sostiene che la narrazione del gas «pulito» non abbia avuto soltanto effetti sulla percezione pubblica, ma abbia contribuito anche a orientare investimenti, regolamentazioni e programmi di sviluppo energetico.

Wiles: «Un mito creato per espandere gli affari»

Richard Wiles, presidente del Center for Climate Integrity, afferma che le grandi compagnie petrolifere e del gas conoscevano da decenni il ruolo del metano come inquinante climatico.

Secondo Wiles, il concetto di gas naturale «pulito» sarebbe stato costruito per proteggere ed espandere le attività del settore, senza considerare adeguatamente gli effetti sulla salute pubblica e sul clima.

Il presidente dell’organizzazione critica inoltre i rappresentanti istituzionali che continuano a giustificare una maggiore dipendenza dal gas descrivendolo come una fonte sicura per il clima.

A suo giudizio, queste argomentazioni riprenderebbero strategie comunicative e interpretazioni scientifiche elaborate dall’industria diversi decenni fa. Rendere pubblica questa ricostruzione, conclude Wiles, rappresenterebbe un primo passo verso l’accertamento delle responsabilità.