Vallevegan, la culla della cultura vegana

cultura vegana

Cultura vegana, e non teorica, pratica. A Vallevegan si vive con gli animali, per salvarli, proteggerli e dare un esempio di come si possa condurre uno stile di vita ispirato al massimo rispetto del regno animale. Senza isolarsi dal mondo, però. Piero Liberati, il fondatore di Vallevegan, racconta cosa ha costruito e cosa sta per costruire, assieme alla comunità locale.

1) Quando siete nati e come?
Siamo nati il 31 gennaio 2006. L’idea iniziale era di trovare un terreno fuori dai centri abitati in cui poter ospitare ed accudire animali maltrattati, principalmente da forme di sfruttamento e maltrattamento più “accettate” dal pensiero comune, come ad esempio allevamenti e laboratori. La ricerca del posto è avvenuta tramite passaparola o annunci, mentre il carattere e gli scopi della fondazione derivavano da anni di riflessioni e esperienze personali relative alla cultura vegana, per lo più.

2) Qual è la vostra “mission” ?
L’obiettivo è quello di salvare e liberare più animali possibili e ricreare un habitat adatto a loro e a tutte le persone che vogliono approfondire la cultura vegana mettendo in pratica uno stile di vita “alternativo”. Proprio di cultura vegana parliamo, cioè di sviluppare uno stile di vita in cui non si sfruttino in alcun caso gli animali. Non mangiarne le carni e i loro derivati, non usarne i sottoprodotti e non utilizzarli per sperimentazione, divertimento, lucro. In Italia sempre più persone abbracciano questa scelta etica, intorno a noi c’è una grossa rete di sostegno.



3) Cos’è oggi Vallevegan? Chi ci vive e come?
A Vallevegan, oltre ai circa 200 animali, vivono tra le due e le cinque persone. In otto anni possiamo sicuramente affermare che la nostra presenza sul territorio, con gli abitanti dell’alta valle dell’Aniene e dei monti Prenestini-Simbruini, è molto forte. Oltre ad una risonanza nazionale e internazionale come sito dedicato alla cultura vegana, siamo molto attenti alle radici: sono essenziali, per noi, ed è essenziale riuscire ora ad avere un reciproco supporto con chi vive da sempre queste terre.

4) Si può venire a trovarvi?
Vallevegan è nato come posto aperto. Col tempo abbiamo dovuto rivedere questa condizione: nonostante le esperienze ottime con gran parte dei nostri ospiti, amici, collaboratori, si sono verificati anche alcuni sono stati fortemente negativi. Ci hanno fatto perdere di vista i nostri obiettivi relativi alla promozione di una cultura vegana seria e rispettosa. E quindi importante per noi sottolineare che chi viene, avvisandoci prima, è benvenuto ma deve farlo per gli animali e per costruire il progetto di cultura vegana, non per sé stesso.

5) Fate delle attività di promozione/sensibilizzazione?
Siamo attivi da anni anche a livello internazionale per la diffusione della cultura vegana, soprattutto con azioni dirette. Facciamo campi contro il bracconaggio, ad esempio, a Cipro, Malta, in Francia, Spagna e Italia. Oppure manifestazioni, cene e tavoli informativi, per divulgare la cultura vegana, i suoi principi, i primi passi per avvicinarsi ad essa.

6) Avete dei progetti per il futuro?
La direzione è quella di non fare gli eremiti dediti alla cultura vegana, chiusi al mondo: vogliamo sempre di più raccontare la nostra esperienza spiegando che è necessario cambiare strada per poter vivere meglio. Abbiamo bisogno di sviluppare una piccola attività economica per poter vivere al meglio, noi e gli animali che sono qui. L’idea è di costruire una pensione per cani e un vigneto, aiutati da volontari e da abitanti locali.

7) Come è la situazione del veganesimo in Italia?
La crescita e la diffusione della cultura vegana in Italia ma anche in Europa è esponenziale rispetto a quella di chi segue uno stile di vita etico. Essere vegan, se associato alla raccolta, all’autoproduzione, alla lotta di ogni tipo di sfruttamento, è la prima rivoluzione. Purtroppo quando un fenomeno diventa di massa, si rischia che la media si avvicini al qualunquismo. In Europa ci sono tanti tipi di movimenti e progetti realizzati, forse i più interessanti sono quelli meno conosciuti.

 

Pubblicato da Marta Abbà il 7 febbraio 2014