Le imprese che negli ultimi anni hanno imparato a misurare e ridurre le proprie emissioni potrebbero avere in mano più strumenti di quanto pensino per affrontare la prossima grande sfida: la biodiversità. È l’ipotesi al centro di From Carbon to Nature, il progetto di ricerca dell’Ecodynamics Group dell’Università di Siena realizzato con BiodiversitARB, l’iniziativa di ARB SB dedicata all’integrazione della natura nelle strategie aziendali. Il questionario rivolto alle aziende sarà presentato il 4 novembre 2026 a Ecomondo.
COP17: tanti impegni, poca attuazione
Dal 19 al 30 ottobre Erevan ha ospitato la COP17 della Convenzione sulla diversità biologica, sede della prima revisione globale dei progressi del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel 2022. Il bilancio è a due facce: quasi il 90% delle Parti ha definito target nazionali, ma meno della metà di quelli valutati risulta sulla buona strada.
Da qui la richiesta di accelerare, agendo anche sulle leve economiche e finanziarie che alimentano la perdita di biodiversità. In questo quadro il Target 15 chiede agli Stati di fare in modo che le imprese – in particolare grandi aziende, multinazionali e istituzioni finanziarie – valutino e rendano pubblici impatti, dipendenze e rischi legati alla natura.
Un rapporto a doppio senso con la natura
Le aziende esercitano pressioni sugli ecosistemi, ma allo stesso tempo dipendono dai servizi che questi garantiscono. Capire questa relazione è il primo passo per portare la biodiversità dentro le strategie e le decisioni di business.
Perché la biodiversità non è la CO₂
Il carbon accounting si è diffuso anche grazie a una metrica comune, la CO₂ equivalente, che permette di confrontare l’effetto di gas diversi sul riscaldamento globale. Con la biodiversità questo non è possibile: non esiste un indicatore unico, perché gli effetti di un’attività dipendono da dove si svolge e dalle caratteristiche ecologiche del territorio.
Due stabilimenti con emissioni simili possono avere impatti molto diversi sugli ecosistemi, a seconda di uso del suolo, consumo di risorse e fragilità degli habitat circostanti. Il biodiversity accounting richiede quindi dati territoriali ed ecologici, da raccogliere anche lungo le catene del valore.
Cosa si può riutilizzare dall’esperienza sul clima
Diverso non significa da zero. Governance, sistemi di raccolta dati e procedure di gestione del rischio costruiti per il clima possono diventare una base anche per la natura. La domanda aperta è quali capacità siano riutilizzabili così come sono, quali vadano adattate e quali debbano essere create ex novo.
Il questionario di From Carbon to Nature si rivolge a imprese italiane di ogni settore e dimensione e punta a individuare i fattori che facilitano o frenano l’adozione: dalla consapevolezza del proprio legame con gli ecosistemi fino all’uso dei dati sulla biodiversità in approvvigionamenti, investimenti e gestione dei fornitori. I risultati guideranno poi approfondimenti qualitativi sulle esperienze delle aziende.
Dal webinar a Ecomondo
I temi sono stati anticipati nel webinar “Dal carbonio alla natura. Conoscere per decidere meglio”, organizzato da ARB SB il 28 ottobre con Silvia Scarian Monsorno, Maxim Kudriashov e Anna Candiotto (BiodiversitARB), il Prof. Federico Maria Pulselli e il Dott. Lorenzo Mencherini (Università di Siena).
Il prossimo appuntamento è il 4 novembre 2026, dalle 14:00 alle 15:30, in Sala Abete (Hall A7) a Ecomondo, all’interno del seminario organizzato da ICEA, ARB SB e Coo’ee Italia su dichiarazioni ambientali credibili per imprese e filiere nel quadro della Direttiva EmpCo. Le aziende interessate possono già compilare il questionario e contribuire alla ricerca.

