L’estrazione di metalli dai fondali oceanici, nota come deep-sea mining, solleva crescenti preoccupazioni tra scienziati e organizzazioni ambientaliste. Secondo il Wwf, questa attività potrebbe comportare conseguenze ambientali e climatiche estremamente gravi, mettendo a rischio ecosistemi marini fragili e ancora poco conosciuti. Per questo motivo l’organizzazione chiede una moratoria globale sull’estrazione mineraria nei fondali profondi, rilanciando una petizione internazionale per la tutela degli abissi.
L’appello del Wwf contro l’estrazione nei fondali marini
Estrarre metalli dai fondali oceanici significa mettere a rischio un patrimonio biologico insostituibile in cambio di benefici economici a breve termine, con possibili conseguenze ambientali e climatiche difficili da quantificare.
In occasione della riapertura dei negoziati dell’International seabed authority (Isa) in Giamaica, il Wwf ha diffuso un appello per fermare il deep-sea mining, rilanciando insieme alla Deep Sea Conservation Coalition la petizione intitolata “Difendi gli abissi”.
Secondo l’organizzazione ambientalista, presso l’International seabed authority risultano attualmente registrati circa trenta contratti di esplorazione, accompagnati dagli Stati sponsor.
Il Wwf denuncia che le aziende coinvolte stanno esercitando una forte pressione sull’autorità internazionale, la cui trasparenza e indipendenza sono state più volte messe in discussione dagli esperti.
L’estrazione mineraria in acque profonde rappresenta un’attività estremamente rischiosa per ecosistemi marini già vulnerabili, con possibili conseguenze irreversibili che la comunità scientifica sta iniziando solo ora a misurare.
Secondo il Wwf, anche un regolamento di estrazione molto rigoroso costituirebbe comunque uno degli ultimi passaggi prima dell’avvio delle attività minerarie. Un simile precedente nelle acque oceaniche internazionali potrebbe inoltre alimentare nuove pressioni estrattive anche in aree più vicine alle coste.
Gli impatti del deep-sea mining sulla biodiversità marina
L’organizzazione ambientalista sottolinea che gli impatti documentati dalla scienza rappresentano un rischio non quantificabile.
Le ricerche più recenti indicano che gli effetti potenziali del deep-sea mining sono diffusi, duraturi e in larga parte irreversibili.
Tra i dati citati emerge che i disturbi fisici del fondale causano una perdita immediata e significativa della biodiversità bentonica. Un test minerario su larga scala condotto nella Clarion-Clipperton Zone (Ccz) ha evidenziato una riduzione del 37% della densità della macrofauna e un calo del 32% della ricchezza di specie soltanto due mesi dopo l’estrazione di 3.000 tonnellate di noduli polimetallici.
Studi di lungo periodo mostrano inoltre che gli ecosistemi marini recuperano con estrema difficoltà: effetti biologici sono stati osservati anche 40-44 anni dopo il disturbo originario.
I sedimenti sollevati e gli effetti su larga scala
Un ulteriore problema riguarda i sedimenti sollevati dalle operazioni minerarie, noti come plumes.
Questi pennacchi di sedimento possono disperdersi su distanze molto ampie. Analisi sperimentali e modelli scientifici indicano che fattori come correnti marine, altezza di scarico e dimensione delle particelle possono trasportare questi materiali per migliaia di metri in orizzontale.
Nel caso di attività estrattive continuative, gli effetti potrebbero inoltre sommarsi nel tempo, ampliando l’impatto sugli ecosistemi.
Il rischio climatico legato all’estrazione dei noduli polimetallici
Il Wwf evidenzia anche un possibile impatto climatico legato all’estrazione dei noduli polimetallici.
Rimuovere questi depositi dai primi 10-15 centimetri del fondale potrebbe comportare il rilascio di grandi quantità di CO₂ accumulata nel corso di millenni.
Secondo l’organizzazione ambientalista, il deep-sea mining potrebbe inoltre interessare aree vaste quanto interi Stati, alterando processi ecologici fondamentali degli ecosistemi oceanici.
La richiesta di una moratoria globale
Alla luce di queste evidenze scientifiche, il Wwf, insieme alla Deep Sea Conservation Coalition, continua a chiedere una moratoria globale sul deep-sea mining.
L’obiettivo è sospendere queste attività fino a quando non sarà disponibile un quadro scientifico adeguato per valutare gli impatti e garantire la tutela della biodiversità marina.
Secondo l’organizzazione, la prudenza adottata da alcuni governi dimostra la necessità di questo approccio. Tra gli esempi citati vi è la Norvegia, che ha recentemente sospeso il proprio programma di estrazione dai fondali marini in assenza di dati scientifici certi.
L’appello del Wwf Italia ai governi
Giulia Prato, responsabile Mare del Wwf Italia, sottolinea che le conoscenze scientifiche attuali indicano chiaramente che non esistono ancora le condizioni per avviare il deep-sea mining.
Secondo Prato, gli ecosistemi delle acque profonde sono tra i più fragili e meno studiati del pianeta. Alterare il loro equilibrio potrebbe comportare la perdita irreversibile di specie, funzioni ecologiche e servizi ecosistemici fondamentali.
Per questo motivo il Wwf chiede al governo italiano e agli altri governi che partecipano all’Isa di proteggere gli oceani e le comunità costiere, sostenendo una moratoria globale sull’estrazione mineraria nei fondali marini prima di avviare attività con conseguenze potenzialmente irreversibili.

