
Un gruppo di scienziati norvegesi e britannici ha raggiunto un traguardo significativo nella sorveglianza sanitaria marina utilizzando droni per analizzare il “soffio” delle balene. I ricercatori della Nord Universitet, del King’s College London e della Royal (Dick) School of Veterinary Studies hanno raccolto campioni respiratori da megattere, capodogli e balenottere comuni nella Norvegia settentrionale, aprendo la strada a un metodo non invasivo e altamente efficace per lo studio dei patogeni marini.
Il morbillivirus dei cetacei raggiunge le acque artiche
Attraverso queste innovative tecniche, è stata accertata per la prima volta la presenza del morbillivirus dei cetacei al di sopra del Circolo Polare Artico. Questo virus, potenzialmente letale, è noto per aver provocato epidemie devastanti tra balene e delfini sin dagli anni ’80.
Le analisi molecolari, condotte su campioni raccolti tra il 2016 e il 2025 in un’ampia area dell’Atlantico nord-orientale — dalla Norvegia a Capo Verde — hanno individuato il virus in diversi cetacei: megattere, un capodoglio debilitato e un globicefalo spiaggiato. Il virus era stato inizialmente identificato nei delfini, ma ora la sua diffusione in nuove specie solleva preoccupazioni per la salute degli ecosistemi marini.
Come funziona il prelievo con i droni
La ricerca, parte del progetto BLOWOMICS e pubblicata sulla rivista BMC Veterinary Research, è stata finanziata anche dal Forskingsrådet (Norwegian Research Council) e dall’European Wildlife Disease Association. Gli scienziati hanno utilizzato droni dotati di piastre Petri sterili, capaci di raccogliere minuscole goccioline di respiro mentre i cetacei espellono aria dai loro sfiatatoi.
Secondo gli esperti, questa tecnologia rappresenta un salto di qualità nelle strategie di conservazione, permettendo di individuare precocemente virus come il morbillivirus, spesso implicato nei grandi spiaggiamenti di massa.
Impatti sanitari e ambientali in un Artico che cambia
Il morbillivirus dei cetacei è noto per causare gravi danni respiratori, neurologici e al sistema immunitario, con effetti spesso letali. Dalla sua scoperta nel 1987, ha già determinato diversi eventi di mortalità di massa. I risultati emersi dallo studio sollevano timori anche in relazione alle aggregazioni stagionali invernali, durante le quali delfini, balene, uccelli marini e anche esseri umani condividono spazi ristretti e rischi epidemiologici.
Altri agenti infettivi sotto osservazione
Oltre al morbillivirus, i ricercatori hanno rilevato anche la presenza di herpesvirus in esemplari provenienti da Norvegia, Islanda e Capo Verde. Nessuna traccia, invece, del virus dell’influenza aviaria o del batterio Brucella, entrambi associati in passato a spiaggiamenti di cetacei.
La necessità di una sorveglianza a lungo termine
Lo studio ha coinvolto anche le università UiT – Norges arktiske universitet, Háskóli Íslands e il centro BIOS-CV di Capo Verde. Gli autori sottolineano l’urgenza di proseguire con il monitoraggio continuo della salute dei cetacei, data la combinazione crescente di fattori di stress ambientale e infettivo.
Come afferma Helena Costa, prima autrice della ricerca, «il nostro obiettivo è estendere queste tecniche di rilevamento per valutare come i cambiamenti ambientali futuri influenzeranno la salute delle popolazioni di cetacei».
