Uccelli agricoli in calo: perso un terzo in Italia

Il nuovo Farmland bird index (Fbi), indicatore che monitora l’andamento delle popolazioni di uccelli nelle aree agricole italiane, evidenzia un quadro preoccupante. I dati anticipati mostrano un consistente declino delle specie tipiche degli agroecosistemi e delle praterie montane, segnalando un progressivo impoverimento degli habitat rurali. La situazione conferma la necessità di interventi strutturali per favorire il ripristino della biodiversità e invertire una tendenza negativa ormai consolidata nel tempo.

Il calo delle specie nelle aree agricole

Il 25 febbraio saranno diffusi ufficialmente i risultati aggiornati del Farmland bird index, finanziato dal ministero dell’Agricoltura, ma alcune anticipazioni mostrano già un dato significativo: dal 2000 gli uccelli degli ambienti agricoli italiani sono diminuiti del 33,5%, con riduzioni che arrivano fino al -50% nelle pianure alluvionali. Questo andamento evidenzia la necessità di interventi diffusi di ripristino ambientale.

Secondo i dati 2025, tra le 28 specie caratteristiche degli agroecosistemi utilizzate per l’indicatore, il 71% risulta in calo. Le riduzioni più marcate riguardano il torcicollo (-76% in 26 anni), il calandro (-73%) e il saltimpalo (-71%), oltre a specie come allodola, averla piccola, passera mattugia e passera d’Italia.

Le difficoltà delle specie delle praterie montane

Accanto all’indice delle specie agricole, è stato elaborato anche l’indicatore relativo alle praterie montane (Fbipm), anch’esso in diminuzione. Tra i cali più evidenti figurano l’organetto (-69%), il beccafico (-68%) e lo zigolo giallo (-40%).

Questo fenomeno è spesso collegato all’abbandono delle attività agricole montane, che determina la scomparsa dei prati-pascoli circondati da cespugli radi, habitat fondamentali per queste specie.

Il ruolo delle politiche europee per il ripristino

Secondo la Lipu, il nuovo Regolamento europeo per il Ripristino della natura rappresenta un’importante occasione per contrastare il declino degli uccelli delle aree agricole. In particolare, gli articoli 10 e 11 prevedono azioni mirate a migliorare la diversità degli impollinatori e a promuovere pratiche agroecologiche capaci di rafforzare la biodiversità.

L’associazione auspica che il Piano nazionale di attuazione assegni un ruolo centrale a tali misure e ne garantisca l’applicazione nel tempo, evitando un ulteriore impoverimento degli habitat.

Cause del declino della biodiversità agricola

Le informazioni raccolte descrivono un contesto agricolo in cui le pressioni ambientali, sia sulle specie rare sia su quelle un tempo comuni, restano elevate. La progressiva eliminazione di elementi naturali del paesaggio rurale, come siepi e filari, insieme all’uso di pesticidi e fertilizzanti, continua a incidere negativamente sugli ecosistemi.

L’intensificazione agricola, che comporta una crescente semplificazione del paesaggio, sta interessando anche aree collinari e pedemontane, dove gli indicatori mostrano un calo sempre più rapido. Al contrario, la diffusione degli impianti per energie rinnovabili, come i pannelli fotovoltaici, è indicata come un elemento che può contribuire alla tutela della biodiversità.

L’importanza dell’indicatore Fbi nelle politiche agricole

L’Fbi svolge inoltre una funzione centrale nella Politica agricola comune, poiché rappresenta l’indicatore principale utilizzato per valutare l’efficacia degli interventi previsti dal Piano Strategico Nazionale.

Nel contesto delle trattative per la politica agricola successiva al 2027, viene sottolineata l’importanza, sia scientifica sia culturale, di mantenere tutti gli indicatori ambientali, con l’Fbi in primo piano, anche nella futura programmazione.