
Un campo di canapa può diventare una risorsa preziosa per il clima. La pianta, infatti, assorbe anidride carbonica durante la crescita e incorpora il carbonio nei propri tessuti. Ma quanta CO2 riesce a catturare un ettaro coltivato, e quanto di questo carbonio rimane immagazzinato dopo il raccolto?
Per valutarne il beneficio climatico bisogna seguire l’intera filiera. Uno stelo trasformato in materiale isolante segue un percorso diverso da quello di una biomassa destinata a decomporsi rapidamente. Contano quindi sia la durata dello stoccaggio sia le emissioni prodotte dalle lavorazioni e dai trasporti.
Il tema riguarda anche il CBD e la cannabis light, che condividono con la canapa industriale l’origine botanica: Cannabis sativa L.. Cambiano però le varietà, le tecniche di coltivazione e gli impieghi del raccolto. Comprendere queste differenze aiuta a leggere correttamente i dati sulla cattura di CO2 e a riconoscere le condizioni che rendono una filiera vantaggiosa per il clima.
Canapa industriale, cannabis light e CBD: la stessa pianta, usi diversi
Chi conosce la canapa per i prodotti a base di CBD, forniti da marchi come GreenKarma CBD, potrebbe pensare che questo sia l’unico impiego della pianta. Eppure, dalla stessa specie botanica, Cannabis sativa L., derivano diverse varietà selezionate per ottenere fibre, semi oppure infiorescenze con particolari profili di cannabinoidi.
I termini indicano però cose diverse. La canapa industriale comprende varietà a basso contenuto di THC, coltivate soprattutto per ottenere fibre e semi. Cannabis light è un’espressione commerciale generalmente riferita a cannabis con poco THC. Il CBD, o cannabidiolo, è una delle sostanze presenti nella pianta. Cambiano gli obiettivi della selezione e della coltivazione.
Dalla canapa industriale, per esempio, si possono ricavare fibre lavorando gli steli. Nelle colture orientate alla produzione di CBD, invece, si valorizzano le infiorescenze femminili selezionate per l’elevato contenuto di cannabidiolo, prodotto nei tricomi insieme ad altri cannabinoidi e ai terpeni.
La pianta assorbe anidride carbonica attraverso la fotosintesi e incorpora il carbonio nei propri tessuti, indipendentemente dalla presenza di CBD. Per valutare gli effetti sul clima servono sia le informazioni sulle coltivazioni sia quelle sulle lavorazioni successive e sulla destinazione del raccolto.
Quanta CO2 cattura davvero la canapa? I dati, con cautela
Quando si parla di canapa e cattura di CO2, circolano cifre diverse. L’intervallo di 8-15 tonnellate per ettaro coltivato compare, per esempio, in un’intervista pubblicata da Dezeen nel 2021 a Darshil Shah, ricercatore dell’Università di Cambridge. Shah richiama diversi studi, ma l’intervista non ne fornisce i riferimenti bibliografici necessari per ricostruire il calcolo. La dichiarazione, inoltre, non specifica per la canapa un valore annuo. Sulla stampa compare anche la stima di 8-22 tonnellate di CO2 per ettaro all’anno, riportata dal Guardian.
Questi richiami divulgativi non bastano, da soli, a identificare gli studi originari e confrontarne i metodi. Sarebbe quindi poco preciso attribuire entrambi gli intervalli a un’unica “ricerca britannica” senza indicarne autori, pubblicazione e condizioni di coltivazione.
Un riferimento istituzionale viene dalla Commissione europea, che indica un assorbimento di 9-15 tonnellate di CO2 per ettaro, con una crescita della canapa che richiede circa cinque mesi. Il dato descrive il potenziale della coltura, ma non rappresenta una prestazione garantita per qualsiasi terreno.
Va chiarita soprattutto la differenza tra assorbimento durante il ciclo vegetativo e rimozione durevole dall’atmosfera. Attraverso la fotosintesi la pianta incorpora carbonio nei propri tessuti. Una parte può successivamente tornare nell’aria attraverso respirazione, decomposizione o combustione. Per questo il carbonio incorporato durante la crescita non coincide automaticamente con quello che resterà immagazzinato a lungo.
Anche le unità di misura e le condizioni del calcolo richiedono attenzione. Un coefficiente espresso per tonnellata di biomassa secca, per esempio, non può essere applicato direttamente al peso della pianta appena raccolta, che contiene acqua. Per confrontare le stime bisogna verificare quale varietà sia stata studiata, quanta biomassa sia stata ottenuta, quali parti della pianta siano state considerate e se il dato riguardi un raccolto oppure un intero anno. Occorre infine distinguere l’assorbimento della coltura dal bilancio netto, che considera anche le emissioni della filiera.
Perché assorbe così tanto: densità di semina e crescita record
La capacità della canapa di incorporare carbonio in tempi brevi dipende dalla quantità di biomassa che riesce a produrre durante la crescita. Nelle colture da fibra, numerose piante crescono vicine e sviluppano steli alti e poco ramificati: la disposizione del campo favorisce quindi la produzione della materia prima destinata alla trasformazione industriale.
Una revisione pubblicata su Agronomy riporta dosi di semina di 40-65 chilogrammi per ettaro, con l’obiettivo di ottenere circa 200-300 piante per metro quadrato. Sono indicazioni orientative, da adattare alla varietà, alle caratteristiche della semente e alle condizioni di coltivazione. Un riferimento dello stesso ordine compare nell’approfondimento di Idee Green su come coltivare canapa, che indica circa 50 chilogrammi di seme per ettaro.
Anche l’altezza varia. Si possono incontrare piante attorno a 150 centimetri, mentre alcune varietà da fibra superano i 3-3,5 metri. La crescita può essere particolarmente rapida: Aberystwyth University segnala che la canapa industriale può raggiungere quattro metri in circa cento giorni, quindi in meno di quattro mesi. Si tratta di un potenziale, non del risultato garantito di ogni coltivazione.
Il collegamento con la CO2 passa proprio dalla biomassa: una coltura che produce rapidamente molti steli incorpora carbonio nei tessuti vegetali nell’arco di pochi mesi. La densità contribuisce al risultato insieme allo sviluppo delle singole piante. Il numero di esemplari e la loro altezza, presi isolatamente, non bastano però a quantificare l’assorbimento.
Nelle colture destinate alle infiorescenze ricche di CBD si può adottare un’impostazione diversa, lasciando spazio alle ramificazioni. In alcuni sistemi di coltivazione e prove sperimentali, le distanze tra le file sono dell’ordine di 1,5-3 metri: vanno considerate come esempi di configurazioni possibili, non come una regola per tutte le varietà ad alto CBD.
Per questo le stime della canapa da fibra non possono essere trasferite automaticamente alla cannabis light o alla produzione di CBD. Anche il confronto con una foresta richiede criteri omogenei: la rapidità del raccolto rende interessante la canapa, ma non dimostra da sola un maggiore assorbimento rispetto a qualsiasi bosco. Il risultato dipende dalla biomassa effettivamente prodotta e dalla durata dello stoccaggio dopo il raccolto.
Dalla pianta ai materiali: biomattoni e filiera a bilancio carbonico negativo
Dopo il raccolto, la destinazione degli steli diventa decisiva. La parte legnosa interna, chiamata canapulo, può essere mescolata con calce e acqua per ottenere compositi utilizzati nei biomattoni e nei riempimenti delle pareti. Questi materiali vengono spesso indicati come hempcrete, oppure con l’espressione francese chanvre-chaux. Le fibre trovano invece applicazione anche nei pannelli isolanti.
L’interesse per questi prodotti riguarda sia il carbonio conservato nel materiale sia le prestazioni dell’edificio. I compositi di canapa e calce hanno una struttura porosa e una bassa conducibilità termica: contribuiscono quindi a limitare il passaggio del calore attraverso le pareti. Inseriti in un edificio correttamente progettato, possono aiutare a contenere il fabbisogno energetico per mantenere confortevoli gli ambienti.
Utilizzare la biomassa in un elemento edilizio permette inoltre di prolungare il periodo durante il quale il carbonio rimane incorporato nel prodotto. Una filiera può ottenere un bilancio carbonico negativo quando, entro le fasi considerate nell’analisi, le rimozioni di CO2 contabilizzate superano le emissioni associate alla coltivazione, alla trasformazione e all’impiego dei materiali.
Uno studio di Kenneth Ip e Andrew Miller, pubblicato nel 2012 su Resources, Conservation and Recycling, ha analizzato una parete di canapa e calce con struttura in legno. L’unità considerata misurava un metro quadrato, con 30 centimetri di spessore, e la valutazione assumeva una durata di cento anni. Entro i confini e le ipotesi dello studio, gli autori hanno ottenuto un bilancio netto di -36,08 chilogrammi di CO2 equivalente per l’unità analizzata. Il risultato riguarda l’intera configurazione considerata, comprensiva della struttura in legno.
Il potenziale è quindi documentato, ma dipende dalle caratteristiche del prodotto e della filiera. Uno studio del 2023 sulle pareti in canapa e calce in Serbia ha ottenuto scenari con bilancio climatico negativo oppure positivo, modificando fattori come trasporto, scarti e assunzioni sul carbonio. Per definire un biomattone “carbon negative” occorre perciò una valutazione specifica, che chiarisca le fasi comprese nel calcolo e il destino del materiale alla fine della sua vita utile.
I limiti da conoscere: cosa manca per una vera soluzione climatica
La quantità di CO2 assorbita dalla canapa varia secondo la varietà, il clima e le condizioni del terreno. Per valutarne il contributo al clima bisogna inoltre sottrarre le emissioni di coltivazione, lavorazione e trasporto, considerando quanto durerà lo stoccaggio del carbonio. In Italia occorre rafforzare il collegamento tra agricoltori, impianti di trasformazione e utilizzatori dei materiali, una necessità al centro anche del progetto CARIFIT coordinato dal CREA. Anche le opportunità dei crediti di carbonio si inseriscono in un sistema di certificazione ancora in sviluppo: coltivare canapa non genera automaticamente crediti vendibili.
La crescita rapida rende comunque la canapa industriale una coltura promettente per catturare CO2 in pochi mesi. Per trasformare questo potenziale in un beneficio duraturo servono dati confrontabili, lavorazioni efficienti e impieghi capaci di conservare il carbonio. La stessa Cannabis sativa L., attraverso varietà e coltivazioni differenti, è anche all’origine della cannabis light e del CBD: una parentela botanica che racconta la versatilità della pianta, mentre il valore ambientale va dimostrato per ciascuna filiera.
Le domande più frequenti aiutano a leggere i dati
La canapa industriale e la cannabis light sono la stessa pianta?
Derivano dalla stessa specie, Cannabis sativa L., ma i termini descrivono destinazioni e caratteristiche differenti. La canapa può essere selezionata per fibra, semi o infiorescenze; cannabis light è una denominazione commerciale. Il CBD è invece una sostanza prodotta dalla pianta, non una specie distinta.
Quanta CO2 assorbe un ettaro di canapa?
La Commissione europea indica un intervallo di 9-15 tonnellate di CO2 per ettaro durante la crescita, che richiede circa cinque mesi. Il valore descrive un potenziale orientativo. Per conoscere il beneficio climatico netto bisogna considerare le emissioni della filiera e quanto dura lo stoccaggio.
Perché la canapa può catturare più CO2 di una foresta nello stesso periodo?
La canapa cresce rapidamente e può produrre molta biomassa in pochi mesi, incorporando carbonio nei tessuti. Il confronto con una foresta dipende però da età degli alberi, clima e periodo considerato: non esiste una superiorità universale, né l’assorbimento iniziale equivale a uno stoccaggio permanente.
Cosa sono i biomattoni di canapa e come riducono le emissioni?
I biomattoni sono elementi edilizi realizzati con canapulo, calce e acqua. Conservano il carbonio incorporato dalla pianta e contribuiscono all’isolamento termico, aiutando a contenere i consumi energetici dell’edificio. Il bilancio delle emissioni dipende però da produzione, trasporto, posa e gestione del materiale a fine vita.
Esiste già un mercato dei crediti di carbonio della canapa in Italia?
L’esistenza del quadro europeo di certificazione non garantisce un mercato accessibile a qualsiasi canapicoltore italiano. Per valutare un’offerta bisogna verificare lo schema, la metodologia, il certificatore e le condizioni contrattuali. Coltivare canapa e stimarne l’assorbimento non basta, da solo, a dimostrare la disponibilità di crediti certificati.
