Non sono le piante a salvare le isole: il segreto è sotto terra

Per anni il ripristino degli ecosistemi insulari si è concentrato quasi esclusivamente sulla reintroduzione di piante autoctone. Oggi, però, la scienza sta riscrivendo questo approccio: senza i funghi del suolo, molte foreste non sono in grado di rigenerarsi.

È quanto emerge dallo studio pubblicato su Current Biology, guidato dal biologo Charlie Cornwallis della Lund Universitet, che punta i riflettori su un elemento spesso ignorato ma fondamentale: le reti fungine sotterranee.

Il caso Palmyra: un laboratorio naturale nel Pacifico

foto dall'alto di un'isola

L’atollo di Palmyra, remoto e incontaminato territorio nel Pacifico centrale, rappresenta uno degli ecosistemi più integri del pianeta. Qui, gli sforzi di conservazione si sono concentrati sull’eliminazione delle palme da cocco invasive per favorire il ritorno della specie autoctona dominante, la Pisonia grandis.

Ma la ricerca dimostra che questo non basta. Le radici degli alberi di Pisonia risultano strettamente dipendenti da specifici funghi simbionti, presenti in ogni campione analizzato. Senza di loro, la rigenerazione della foresta rischia di fallire.

Un equilibrio fragile tra terra e oceano

Secondo gli scienziati, l’ecosistema di Palmyra è sostenuto da una rete di relazioni invisibili ma fondamentali. Gli alberi di Pisonia ospitano milioni di uccelli marini, che a loro volta fertilizzano il suolo attraverso il guano. Questo nutrimento raggiunge poi l’oceano, alimentando il plancton e contribuendo alla salute delle barriere coralline.

Al centro di tutto ci sono i funghi, che facilitano lo scambio di nutrienti tra suolo e piante. Eliminare uno solo di questi elementi può compromettere l’intero sistema.

Funghi e piante: una simbiosi essenziale

A livello globale, i funghi micorrizici interagiscono con circa l’80% della vegetazione terrestre, fornendo nutrienti fondamentali come azoto e fosforo in cambio di carbonio. Tuttavia, il loro ruolo negli ecosistemi insulari era finora poco compreso.

Le ricerche condotte da Society for the Protection of Underground Networks e dall’Università di Oxford hanno rivelato una biodiversità fungina sorprendente, con specie mai documentate prima.

Ripristino ambientale: serve una nuova strategia

Gli studiosi sottolineano che il recupero degli ecosistemi deve includere non solo le piante, ma anche i loro partner sotterranei. In alcuni casi, è necessario addirittura trapiantare suolo ricco di funghi per favorire la crescita della vegetazione.

Questo approccio rappresenta un cambio di paradigma: la conservazione non può più ignorare ciò che non si vede.

Un ecosistema interconnesso

A Palmyra, ogni elemento è legato agli altri in modo evidente. I granchi, scavando nel terreno, contribuiscono ad aumentare la diversità fungina; gli uccelli nutrono la foresta; i funghi sostengono le piante.

Un equilibrio complesso ma estremamente fragile, che dimostra quanto la natura sia profondamente interconnessa.

Proteggere l’invisibile per salvare il visibile

La lezione che arriva da Palmyra è chiara: la conservazione non riguarda solo le specie visibili. Senza i funghi e le reti sotterranee, interi ecosistemi rischiano di collassare.

Documentare e proteggere questi organismi nascosti potrebbe essere la chiave per garantire il futuro delle isole e, più in generale, della biodiversità globale.