Dieci anni fa entrava in vigore la Legge 166/2016, meglio nota come legge Gadda, con l’obiettivo di ridurre gli sprechi alimentari e farmaceutici semplificando le donazioni. Oggi il bilancio è nero su bianco: dal 2016 in Italia sono state donate circa 3,7 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari e 40 milioni di confezioni di farmaci, per un valore complessivo stimato in 10,3 miliardi di euro. I dati arrivano da una ricerca di Fondazione Terzjus ETS e Fondazione Valore, sostenuta da Fondazione Cariplo e presentata a Montecitorio durante il convegno “Dieci anni che non si sprecano”.
I numeri di un decennio
Secondo Gabriele Sepio, presidente di Fondazione Valore, la cifra di 10,3 miliardi è una stima prudenziale: la ricerca è ancora in corso e non include comparti come agricoltura, pesca, pubblici esercizi e ristorazione, per i quali mancano dati nazionali omogenei. Il valore reale generato dalla legge, quindi, è destinato a crescere.
Un indicatore chiaro della crescita arriva dal Banco Alimentare: tra il 2016 e il 2025 le eccedenze raccolte presso industria e distribuzione sono aumentate del 95%, passando da circa 22.000 a 42.800 tonnellate l’anno.
Una rete diffusa e radicata nei territori
La ricerca fotografa una filiera solidale capillare. Negli ultimi dodici mesi l’80,3% degli enti ha raccolto beni alimentari, il 67,4% beni non alimentari e il 41% medicinali; il 66% opera su almeno due filiere contemporaneamente.
Le imprese sono il motore del sistema: l’81,2% degli enti riceve donazioni da aziende, mentre il 61% beneficia anche di collette e raccolte tra i cittadini e il 22,6% redistribuisce beni messi a disposizione da enti pubblici.
È una rete che si regge soprattutto sul volontariato: il 51,6% delle organizzazioni non ha dipendenti né collaboratori e un ulteriore 19,6% ne conta tra uno e cinque. L’85,6% è iscritto al RUNTS. Soprattutto, il 55,4% degli enti ha iniziato a occuparsi di raccolta e distribuzione dopo l’entrata in vigore della legge, con un’accelerazione nel periodo post Covid.
Chi riceve gli aiuti
La distribuzione è prevalentemente di prossimità: nel 72% dei casi i beni vengono consegnati nello stesso centro abitato o quartiere. I principali destinatari sono famiglie e persone che faticano ad arrivare a fine mese (26,6%), anziani fragili (17,3%), persone senza dimora e in povertà (15,4%) e immigrati residenti (13,3%). La filiera antispreco si conferma così non solo uno strumento ambientale, ma anche una leva concreta contro marginalità ed esclusione sociale.
Il “secondo tempo” della legge
Per la deputata Maria Chiara Gadda, prima firmataria della norma, i numeri dimostrano che la scelta di puntare su semplificazione e incentivi, anziché su obblighi e sanzioni, ha funzionato. Il passo successivo, secondo Gadda, è sostenere la logistica e le attrezzature del Terzo settore, anche con un credito d’imposta, e inserire i farmaci per la salute mentale tra i beni donabili.
Luigi Bobba sottolinea invece la necessità di consolidare la rete investendo in formazione, strumenti digitali e collaborazione tra Terzo settore, imprese e istituzioni.
Il nodo della conoscenza
Resta un limite evidente: solo il 39,6% degli enti dichiara di conoscere a fondo la legge 166/2016. Il 50,9% ne ha sentito parlare senza conoscerne gli strumenti, mentre il 9,5% ne ignora del tutto l’esistenza. Non a caso, tra le priorità indicate dagli enti spiccano al primo posto campagne informative più ampie, seguite da facilitazioni per i distributori, maggiori incentivi per imprese e cittadini donatori e il rafforzamento delle reti. Tra i bisogni dei volontari figurano anche formazione su progettazione sociale, raccolta fondi, strumenti digitali e supporto normativo e fiscale.

