
Con la sentenza n. 184/2025, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la legge regionale della Sardegna sulle cosiddette “aree idonee” per le energie rinnovabili. Il testo, approvato un anno fa e fortemente criticato fin dall’inizio, era stato impugnato dal Governo Meloni per la sua impostazione fortemente limitativa, che rendeva quasi l’intero territorio sardo non idoneo agli impianti FER (fonti di energia rinnovabile).
Già a inizio anno, esperti come Francesco Ferrante del Kyoto Club avevano previsto l’esito della sentenza: la norma, battezzata “legge Todde”, impediva di fatto ogni nuova installazione, ponendosi in netto contrasto con i principi nazionali e costituzionali.
I motivi della bocciatura: limitazioni ingiustificate e incertezza normativa
La Corte ha sottolineato che definire un’area come non idonea non può equivalere a un divieto assoluto di installazione, né può impedire l’accesso alle procedure semplificate previste dalla normativa statale. Questo approccio, ha spiegato la Consulta, viola i principi di proporzionalità e di certezza del diritto, fondamentali per garantire l’affidabilità normativa agli operatori del settore.
Particolarmente rilevante è anche la parte della sentenza che tutela gli investimenti già autorizzati: la legge sarda prevedeva la possibilità di annullare retroattivamente autorizzazioni già concesse, senza basarsi su criteri tecnici o scientifici, minando la fiducia degli operatori economici.
Infine, è stata giudicata illegittima la modifica unilaterale della procedura di autorizzazione paesaggistica da parte della Regione. Tale intervento, ha precisato la Corte, lede l’uniformità della normativa ambientale nazionale, regolata dall’articolo 146 del Codice dei beni culturali e del paesaggio.
Il paradosso: il Governo rischia di replicare lo stesso errore a livello nazionale
Il pronunciamento della Consulta rappresenta una vittoria politica e giuridica per il Governo, ma la situazione resta contraddittoria. Attraverso il decreto legislativo 178/2025 e il decreto 175/2025, l’esecutivo sta infatti proponendo nuove modifiche alla normativa nazionale sulle aree idonee, che, secondo diversi osservatori, riproducono le stesse rigidità della legge sarda appena bocciata.
Esemplare il caso dell’Umbria, dove – a seguito dell’introduzione del nuovo articolo 11-bis del D.lgs 190/2024 – si stima che solo tra lo 0% e il 3% del territorio regionale potrà essere considerato idoneo per nuovi impianti. Anche in questo caso, il Governo ha impugnato la legge regionale, contribuendo a un clima di forte incertezza normativa.
Le rinnovabili in Italia rallentano: servono risposte strutturali
Nel frattempo, il settore delle rinnovabili in Italia registra un brusco rallentamento, sia in termini di nuova capacità installata, sia di energia effettivamente prodotta. Mentre il resto del mondo continua ad accelerare la transizione energetica, il nostro Paese si arena in una giungla normativa fatta di contraddizioni, ricorsi e scarsa chiarezza.
Secondo diversi analisti, tra cui Agostino Re Rebaudengo intervistato da Greenreport, è ormai urgente un intervento normativo organico e coerente, che metta ordine al sistema delle autorizzazioni e garantisca certezze agli investitori, agli enti locali e ai cittadini.
