Per decenni la biologia ha dato per scontata una regola semplice: oltre i 60 °C le cellule complesse non possono sopravvivere. Una minuscola ameba raccolta in un ruscello vulcanico della California ha appena smentito questa certezza. Si chiama Incendiamoeba cascadensis, “ameba di fuoco delle Cascate”, e continua a dividersi fino a 63 °C, stabilendo un nuovo record per la vita eucariotica. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Cell.
Una scoperta nata lontano dalle pozze più famose
La ricerca è stata guidata dalle biologhe Angela Oliverio e Beryl Rappaport della Syracuse University, insieme a Gordon Wolfe (Chico State University) e Ken Stedman (Portland State University). Il team ha campionato le aree geotermiche del Lassen Volcanic National Park, un vero laboratorio naturale grazie alla varietà di sorgenti calde e chimicamente diverse.
L’ameba, però, non è saltata fuori dalle celebri pozze acide del parco, ma da un piccolo affluente dall’aspetto del tutto ordinario. Il lavoro sul campo ha richiesto attrezzi a manico lungo per tenersi lontani da acqua bollente e terreno instabile e, negli spazi più stretti del ruscello, i ricercatori hanno improvvisato usando delle pinze da barbecue.
Come si comporta l’ameba al crescere della temperatura
Tornati in laboratorio, i ricercatori hanno alzato gradualmente la temperatura delle incubatrici. I risultati:
- tra 57 °C e 60 °C le amebe hanno continuato a crescere;
- a 63 °C si dividevano ancora, un record assoluto per un eucariote;
- a 64 °C erano ancora in movimento;
- a 70 °C hanno formato cisti, forme dormienti capaci di riattivarsi quando la temperatura scende.
Rappaport ha raccontato a Live Science che il risultato era così inatteso da spingere il team a verificare la calibrazione delle incubatrici prima di crederci.
I geni che resistono al calore
Il team ha sequenziato l’intero genoma dell’organismo, osservando quali geni si attivano alle diverse temperature. Sono emersi geni che proteggono e stabilizzano il DNA, altri legati alla percezione dell’ambiente e altri ancora che aiutano le proteine a mantenere la corretta forma sotto stress termico. Il confronto con il DNA raccolto in altre acque geotermiche suggerisce che parenti dell’ameba potrebbero vivere anche in Nuova Zelanda e a Yellowstone.
Perché conta: dall’astrobiologia alle biotecnologie
Secondo Oliverio, la scoperta dimostra che ciò che si credeva vero non lo è e che molti altri eucarioti resistenti al calore potrebbero essere ancora sconosciuti. Allargare l’intervallo termico noto per la vita complessa significa ampliare anche i luoghi in cui cercarla, sulla Terra e su altri pianeti.
Le ricadute potrebbero essere anche pratiche: gli adattamenti di membrane e proteine di I. cascadensis potrebbero ispirare enzimi termostabili, biomateriali più resistenti e processi industriali ad alta temperatura.
Microbi estremi anche nei luoghi più inaspettati
Il laboratorio di Oliverio sta già applicando le stesse tecniche altrove, perfino in città. Gli studenti stanno analizzando una conduttura del vapore nel campus del SUNY College of Environmental Science and Forestry, scoprendo che i microbi amanti del calore non vivono solo in sorgenti termali e bocche idrotermali, ma possono colonizzare anche ambienti costruiti dall’uomo.
Il messaggio finale dei ricercatori è chiaro: i confini della vita non sono sempre dove ce li aspettiamo, ed è il momento di cercare più lontano.

