La coltivazione del panico

panico

La coltivazione del panico (panìco) per scopi energetici presenta i vantaggi di una buona resa in termini di biomassa, di un’elevata tolleranza alla siccità unita al facile essiccamento in campo e dell’adattabilità alle macchine da fienagione. Quest’ultima caratteristica penalizza un po’ tutte le colture energetiche erbacee poliennali, tra cui miscanto, canna comune, arundo e cardo, ma nel caso del panico il problema è limitato.

Per contro la coltivazione del panico presenta degli svantaggi, principalmente legati alle ridotte dimensioni e allo scarso vigore vegetativo dei semi, al fatto che serve un letto semina molto accurato e all’attacco delle infestanti. Altro svantaggio di questa coltura adatta alla produzione di biocombustibile di seconda generazione è al momento la scarsa conoscenza delle sue caratteristiche da parte degli agricoltori.

Il panico, Panìcum Virgatum, è una graminacea rizomatosa perenne originaria dell’America del Nord, dove è molto diffusa.  In USA, la coltivazione del panico è stata scelta dall’United States Departnerment of Energy come esempio di coltura da biomassa lignocellulosica per la produzione di energia per la bassa esigenza di acqua e l’adattabilità ai terreni marginali (senza sottrazione di suolo alla produzione alimentare) caratteristiche necessarie alle colture dedicate alla produzione di biocombustibili e biocarburanti di seconda generazione.

Rispetto alle altre colture energetiche poliennali, canna comune e miscanto soprattutto, la coltivazione del panico ha il vantaggio della propagazione via seme, il che permette di abbattere la voce di costo relativa all’impianto. Va detto, come accennato sopra, che i semi non sono molto vigorosi e le piantine sono fragili e crescono lentamente nella fase iniziale. Alcun sperimentazioni fatte in Italia, in Veneto soprattutto, non hanno dato risultati esaltanti dal punto dell’attecchimento e della capacità di resistenza alle malerbe.

Anche la coltivazione del panico, così come la coltivazione del miscanto e delle altre colture energetiche rientra tra quelle adatte alla produzione di biogas di seconda generazione, da cui è ricavabile anche biometano. Alla luce del decreto interministeriale che dal dicembre 2013 autorizza nella rete nazionale l’utilizzo del biometano ottenuto dal gas agricolo, e dell’approvazione della Direttiva europea sui carburanti alternativi, le colture energetiche si apprestano a diventare sempre più una fonte aggiuntiva di reddito per gli agricoltori.

Pubblicato da Michele Ciceri il 7 aprile 2014