Imprese e politica: dove nasce il divario sulla sostenibilità

La transizione sostenibile si conferma un passaggio centrale per la competitività industriale. Secondo lo studio realizzato da Teha Group in collaborazione con Erion, le imprese non mettono in discussione gli impegni ambientali, ma chiedono strumenti più efficaci, incentivi continuativi e una semplificazione del quadro normativo.

La sostenibilità come fattore competitivo

Giovane pianta che cresce su un mucchio di monete, simbolo di sostenibilità, investimenti green ed economia circolare.

Il rapporto “Le priorità non negoziabili per le imprese e il futuro della transizione sostenibile”, presentato a Roma in occasione del Forum Erion 2026, indica che la sostenibilità non è più solo una risposta alle sfide ambientali, ma un terreno decisivo della competizione economica globale.

Dall’indagine emerge che il 75,5% delle aziende ritiene opportuno mantenere o incrementare i propri impegni in materia di sostenibilità. Inoltre, il 68,6% dichiara di aver rafforzato le proprie politiche ESG negli ultimi tre anni.

Il peso di energia, innovazione e standard ambientali

Le principali pressioni competitive indicate dalle imprese riguardano energia, innovazione sostenibile e standard ambientali di prodotto. Per oltre l’88% dei rispondenti, il tema più rilevante è quello energetico, in termini di efficienza e costo dell’energia.

Seguono l’innovazione sostenibile, segnalata dall’83% delle aziende, e gli standard ambientali di prodotto, indicati dall’82%. Nel complesso, circa un’azienda su quattro registra già oggi un’elevata esposizione competitiva legata ai temi della sostenibilità sui mercati globali.

Imprese circolari più solide sul piano creditizio

Il rapporto evidenzia anche il legame tra economia circolare e solidità finanziaria. Le aziende italiane che adottano modelli circolari risultano del 28% più solide dal punto di vista creditizio.

Rispetto ai competitor tradizionali, generano in media 1,5 volte più cassa, si indebitano del 6% in meno e mostrano una maggiore capacità di coprire il debito con il risultato operativo, pari al 24%.

Il disallineamento tra imprese e politica

Una delle criticità principali riguarda il divario tra imprese e istituzioni. Il rapporto segnala un forte disallineamento sugli strumenti di sostegno e una complessità normativa che rischia di ridurre l’efficacia delle azioni intraprese.

Per misurare questo divario è stato sviluppato in via sperimentale lo Stage indeg, Sustainable Transition Alignment between Government & Enterprises, che nel 2026 ha registrato un livello di condivisione pari al 51%.

Se le priorità strategiche risultano ampiamente condivise, con livelli di allineamento compresi tra l’83,9% e il 95,7%, restano più deboli le misure concrete. Gli interventi su innovazione sostenibile e accesso ai capitali rispondono alle esigenze delle imprese rispettivamente solo nel 59,4% e nel 62% dei casi.

Le richieste delle imprese

Nessuna delle aziende coinvolte nello studio indica la riduzione dell’intervento pubblico come priorità. Al contrario, quasi il 60% ritiene necessario rafforzare il sostegno al sistema industriale.

Le richieste riguardano incentivi continuativi, interventi sui costi dell’energia, semplificazione autorizzativa e supporto alle tecnologie pulite. Gli incentivi sono considerati particolarmente utili per innovazione tecnologica sostenibile, sviluppo delle competenze, decarbonizzazione e accesso al capitale.

Costi climatici e benefici della transizione

Lo studio ricorda che tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi in Europa hanno causato perdite economiche stimate in circa 822 miliardi di euro.

In assenza di una vera transizione sostenibile, il costo degli eventi estremi potrebbe arrivare a pesare, per l’Italia, oltre 9,5 punti percentuali di Pil entro il 2035. Al contrario, accelerare la trasformazione potrebbe generare benefici superiori ai costi, con una crescita del Pil superiore all’1,1% nel 2035 e fino all’8,4% al 2050.

Le sei proposte del rapporto

Il documento presenta sei proposte rivolte a istituzioni e imprese: incentivare i comportamenti virtuosi e accompagnare i settori più penalizzati; sostenere l’innovazione; concentrare gli investimenti su pochi ambiti ad alto potenziale; mettere competenze industriali e tecnologiche a disposizione di istituzioni e cittadini; aggregarsi per competere sui mercati internazionali; rafforzare i meccanismi di ascolto e dialogo tra imprese, policy maker e società.

Il punto centrale, secondo il rapporto, è costruire un nuovo patto competitivo nel quale sostenibilità e crescita industriale non siano obiettivi alternativi, ma parti integrate della stessa strategia.