Nel Mar Adriatico settentrionale e centrale, molti delfini tursiopi sembrano aver modificato il proprio comportamento alimentare. A documentarlo è lo studio “Bottlenose dolphin reliance on trawlers in prey-depleted Adriatic Sea regions”, pubblicato su Frontiers in Mammal Science da Giovanni Bearzi, Silvia Bonizzoni, Nathan Furey e Randall Reeves.
La ricerca segnala che, nelle aree al largo del Veneto e delle Marche, una parte rilevante dei tursiopi dipende ormai dai pescherecci a strascico come fonte di cibo. Secondo i ricercatori, questo comportamento riflette l’esaurimento delle prede naturali in uno dei mari più sfruttati dalla pesca.
Otto anni di osservazioni in mare
Il gruppo di ricerca ha analizzato dati raccolti tra il 2018 e il 2025 lungo 17.755 chilometri di rotte di pesca. In 148 giorni di attività sono stati osservati 859 pescherecci a strascico, verificando la presenza di delfini nella loro scia.
I risultati indicano che, in media, i delfini seguivano circa un peschereccio su quattro. La percentuale saliva oltre il 40% nel caso delle imbarcazioni con reti a strascico di fondo. Nelle Marche, tre pescherecci su quattro di questo tipo avevano delfini al seguito.
Secondo OceanCare, i tursiopi non si avvicinano per semplice curiosità. Cercano cibo: pesci impigliati nelle reti, organismi smossi dagli attrezzi da pesca e catture accidentali rigettate in mare.
Una dipendenza che segnala un ecosistema impoverito
La fotoidentificazione ha permesso di riconoscere i singoli individui e di ricavare informazioni sulla struttura sociale dei gruppi. Grazie a questa tecnica, i ricercatori hanno stimato che le popolazioni di tursiopi del Veneto e delle Marche superino complessivamente i 1.000 individui.
Tra l’86% e il 90% dei delfini, a seconda della regione, è stato fotografato almeno una volta mentre seguiva pescherecci a strascico. Per Giovanni Bearzi, autore principale dello studio, una dipendenza così marcata da una forma di pesca distruttiva rappresenta un segnale evidente di collasso ecologico.
L’impatto della pesca a strascico
Secondo i dati citati nello studio, il 63% degli stock ittici conosciuti nel Mediterraneo non viene sfruttato in modo sostenibile. Nell’area analizzata, la pressione di pesca risulta doppia rispetto a quella considerata sostenibile.
Il Mar Adriatico è indicato come una delle zone di pesca più intense al mondo, in particolare per l’uso delle reti a strascico. Il trascinamento di attrezzi pesanti sul fondale ha trasformato habitat complessi in aree impoverite, con effetti sulla biodiversità marina.
I ricercatori ricordano anche il forte declino di squali e razze tra il 1948 e il 2005 e la quasi scomparsa dei delfini comuni dall’Adriatico. Oggi il tursiope è l’unica specie di cetaceo presente regolarmente nell’Adriatico settentrionale e centrale.
Rischi per i tursiopi
La vicinanza ai pescherecci comporta rischi diretti per i delfini, che possono essere feriti o uccisi dagli attrezzi da pesca. La ricerca di cibo dietro le imbarcazioni può inoltre influire sulla dieta, sulla struttura sociale e sulla comunicazione di questi mammiferi marini.
I ricercatori segnalano anche la possibile esposizione cronica al rumore dei pescherecci. Il fatto che i delfini accettino questi rischi suggerisce una crescente difficoltà nel trovare prede naturali lontano dalle reti.
L’appello a ridurre la pesca distruttiva
Lo studio mette in guardia da un ulteriore aumento della pesca a strascico sul fondo dell’Adriatico. Le stesse reti che oggi offrono ai delfini una fonte occasionale di cibo sono indicate come una delle cause del degrado dell’ecosistema da cui dipendono.
OceanCare chiede all’Unione Europea e agli Stati membri di accelerare l’eliminazione graduale della pesca a strascico nel Mar Adriatico, nelle aree marine sensibili e nelle aree marine protette del Mediterraneo.
Il messaggio dei ricercatori è netto: pescare meno e in modo meno distruttivo potrebbe permettere alle risorse marine di recuperare e ai delfini di tornare a nutrirsi delle loro prede naturali.

