Caldaia a biomassa per riscaldare le serre

Caldaia a biomassa

È credibile che con una caldaia a biomassa si riesca a riscaldare una serra risparmiando fino al 60% sul costo del vettore energetico? Sì, se il confronto è fatto tra un vecchio impianto di riscaldamento a gasolio e un modernissimo impianto alimentato a biomassa.

Forse il risparmio è un po’ meno se alla caldaia a biomassa si paragonano tecnologie più moderne (magari a gas metano) ma una cosa la possiamo confermare: gli impianti a biomassa sono molto interessanti per le aziende del settore florovivaistico. Anche per via della ‘vicinanza’ con la materia prima combustibile, che il più delle volte è biomassa legnosa, oltre che per gli indubbi vantaggi ambientali.

Secondo i dati ISTAT, oggi in Italia sono presenti 42mila ettari di serre. Le installazioni riferibili al settore florovivaistico coprono 37mila ettari, in gran parte nelle regioni del Nord. La necessità di riscaldare le strutture nella stagione fredda è un problema serio per i serricoltori ed è aggravato dal fatto che le zone settentrionali ad alta densità di serre sono scarsamente metanizzate.

Motivo per cui, nel settore serricolo, il combustibile di riferimento è il gasolio. Mentre è ancora scarso è l’utilizzo di biomasse combustibili così come definite dal Testo Unico Ambiente DLg 152-2006:

  • materiale vegetale prodotto da coltivazioni dedicate;
  • materiale vegetale prodotto da trattamento esclusivamente meccanico di coltivazioni agricole non dedicate;
  • materiale vegetale prodotto da interventi selvicolturali e potatura;
  • materiale vegetale prodotto dalla lavorazione esclusivamente meccanica di legno vergine, granulati e cascami di legno vergine, tondelli, non contaminati da inquinanti;
  • materiale vegetale prodotto dalla lavorazione esclusivamente meccanica di prodotti agricoli;
  • sansa di oliva disoleata.

Le forme più diffuse di biomasse combustibili reperibili in commercio e utilizzate per il funzionamento di una caldaia a biomassa sono: ciocchi o tronchetti di legno, bricchette, cippato di legna, pellet (scheda tecnica 40E). La classificazione qualitativa dei biocombustibili solidi in Italia è contenuta nella specifica tecnica UNI/TS 11264 ‘Caratterizzazione della legna da ardere, bricchette e cippato’.

Attualmente sono disponibili sul mercato tipologie di caldaia a biomassa legnosa a partire da pochi kilowatt, adatte per il riscaldamento domestico di singole stanze o piccole unità abitative (le classiche stufe a pellet), fino a impianti di grossa taglia con potenze superiori al megawatt, usati per il riscaldamento di grandi utenze, reti di teleriscaldamento o per la produzione di calore a uso industriale.

Dal punto di vista delle emissioni di CO2, il bilancio della biomassa legnosa è considerabile neutro (come propone la scheda tecnica 40E) sulla base della considerazione tecnica che le emissioni di CO2 provenienti dalla biomassa bruciata sono pari alla quantità di CO2 utilizzata per il processo di fotosintesi durante l’accrescimento della pianta.

Diverso il discorso per i diversi combustibili tradizionali impiegati tradizionalmente per il riscaldamento delle serre, le cui emissioni di CO2 sono stimate in: 80-100 kg/MJ per il carbone, 75 kg /MJ per il diesel, 65 kg kg/MJ per il propano e 58 kg/MJ per il gas naturale.

Dal punto di vista economico, la riqualificazione energetica di un vecchio impianto a combustibile fossile con l’installazione di una caldaia a biomassa è affrontabile anche senza incentivi. Ci sono ESCo (Energy Service Company) in grado di sviluppare una proposta ad hoc e finanziare al 100% l’acquisto e l’installazione della caldaia a biomassa, a fronte della condivisione del risparmio. Il periodo di ritorno dell’investimento è calcolabile in cinque anni.

Pubblicato da Michele Ciceri il 24 settembre 2015