Solare termodinamico: per Legambiente è un sì

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Parlando di solare termodinamico, ma si può dire anche solare termico a concentrazione, va detto subito che l’Italia è detentrice di alcune delle tecnologie più innovative del settore, prima fra tutte quella dei ‘sali fusi’ nata all’interno dell’Enea su spinta del fisico Nobel Carlo Rubbia.

Il dato è rilevante perché il solare termodinamico è considerata una tecnologia con importanti prospettive di sviluppo (soprattutto perché consente lo storage energetico) e idonea a contribuire a una transizione energetica sempre più incentrata sulle fonti rinnovabili per la produzione elettrica  e termica. Per una volta, insomma, possiamo essere i primi della classe.

Su questa consapevolezza di un ‘buon futuro’ per il solare termodinamico si basa il protocollo di intesa che l’Associazione Nazionale Energia Solare Termodinamica ANEST e Legambiente hanno sottoscritto nella cornice della fiera SolarExpo a Milano.

L’accordo contiene le linea guida da rispettare per i nuovi progetti di solare termodinamico e  si basa su tre punti salienti: l’individuazione delle aree dove potranno nascere i nuovi impianti (con esclusione di aree ambientalmente sensibili, zone protette e interessate da vincoli ambientali e paesaggistici); le misure compensative alle sottrazioni di territorio attraverso opere di riqualificazione ambientale; le iniziative di informazione e comunicazione trasparente alla popolazione.

Il vicepresidente di Legambiente Stefano Ciafani ha sottolineato che il solare termodinamico è una tecnologia con importanti prospettive proprio perché consente lo stoccaggio dell’energia prodotta dal Sole. Tuttavia è evidente che i progetti, normalmente di grande potenza, devono essere sviluppati in territori idonei, a partire da aree dismesse o industriali, limitando al massimo l’impatto sul terreno e sul paesaggio.

Che cos’è il solare termodinamico? Un impianto solare termodinamico, o impianto solare termico a concentrazione (Concentrated Solar Power), usa specchi per concentrare la luce solare su dei ‘ricevitori’ che raccolgono e trasferiscono l’energia solare a un fluido termovettore. In questo modo il calore prodotto può essere impiegato direttamente dall’utente finale.

La differenza rispetto ai sistemi fotovoltaici a concentrazione (CPV), basati sulla conversione dell’energia solare concentrata in elettricità mediante l’effetto fotovoltaico, è che gli negli impianti solari termodinamici funzionano come delle vere e proprie centrali termoelettriche in cui l’energia del sole (concentrata dai sistemi ottici) sostituisce quella fornita dai combustibili fossili.

Un’altra differenza rispetto al fotovoltaico è che il solare termodinamico non è adatto ad applicazioni domestiche. Sebbene esistano anche sistemi di dimensione contenuta, è improbabile che una famiglia possa decidere di installarlo sul tetto. Gli impianti sono normalmente di grande dimensioni ed elevata potenza, di qui la preoccupazione per l’impatto ambientale.

La tecnologia tutta italiana dei sali fusi sviluppata e brevettata dall’Enea per le applicazioni di solare termodinamico consiste nell’utilizzare sali fusi a 550°C come fluido termovettore al posto di oli minerali o sintetici (benzene) che non possono raggiungere temperature superiori ai 550°C.  Il primo impianto a Sali fusi è stato inaugurato nel 2013 da Archimede Solar Energy a Massa Martana (Perugia).

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Pubblicato da Michele Ciceri il 8 maggio 2014