Isole che affondano

Isola Fanning - Kiribati

Isole che affondano” è il nuovo articolo frutto della collaborazione tra la Sezione Valorizzazione della Ricerca e Public Engagement – Agorà Scienza – e dal Green Office UniToGO dell’Università di Torino con la IdeeGreen S.r.l. Società Benefit.

L’articolo riprende i testi della prof.ssa Paola della Valle pubblicati nell’opera “Lessico e Nuvole: le parole del cambiamento climatico”, la seconda edizione della guida linguistica e scientifica per orientarsi nelle più urgenti questioni relative al riscaldamento globale, curata dalla Sezione e dal Green Office.



La versione gratuita di Lessico e Nuvole, sotto forma di file in formato .pdf, è scaricabile dalla piattaforma zenodo.org.

La versione cartacea è acquistabile online sulle seguenti piattaforme di distribuzione:

– Amazon

– youcanprint.it

– Mondadori (anche con Carta del Docente e 18app)

– IBS

– Libreria Universitaria (anche con Carta del Docente e 18app)

Tutto il ricavato delle versioni a pagamento sarà utilizzato dall’Università di Torino per finanziare progetti di ricerca e di public engagement sui temi dei cambiamenti climatici e della sostenibilità.

Cosa sono le isole che affondano

L’espressione sinking islands (isole che affondano) è stata spesso usata dai media per indicare gli effetti del riscaldamento globale antropogenico su alcuni arcipelaghi formati in larga parte da atolli di origine corallina, come le Maldive nell’Oceano Indiano, Tuvalu in Polinesia, Kiribati e le Isole Marshall in Micronesia. Nonostante il ribaltamento di prospettiva (non sono le isole che affondano ma è l’innalzamento del livello del mare a generare il fenomeno) l’e­spressione dipinge ciò che sta realmente accadendo in quei lembi di terra, chiamati anche low islands perché l’altezza massima spes­so non raggiunge i 2 metri a differenza delle high islands di origine vulcanica.

Le comunità di questi stati insulari devono confrontarsi con una serie di problemi quali l’inquinamento delle riserve di acqua dolce, l’acidificazione dell’acqua del mare, la riduzione delle formazioni coralline e gli impatti negativi di ciò sugli eco-sistemi marini, la di­minuzione della quantità e varietà disponibile di pescato e di altre risorse del mare, l’erosione di coste e terre coltivabili o abitabili, il danneggiamento di infrastrutture e costruzioni, lo stravolgimento dell’economia di sussistenza e la fine dell’autosufficienza alimentare. Anche se la massa insulare non dovesse essere del tutto som­mersa, quelle comunità vedrebbero minate le condizioni per po­ter vivere nelle loro terre.

La perdita di autonomia nella produ­zione alimentare li porterebbe a dover dipendere totalmente da cibi industriali importati e a lunga conservazione, rinunciando alla propria sovranità alimentare. Una dieta priva di alimenti freschi può avere notevoli ripercussioni sulla salute. È stato accertato che alcune comunità del Pacifico che già si nutrono prevalentemente con cibi conservati d’importazione hanno tassi di malattie non tra­smissibili (obesità, diabete e malattie cardio-circolatorie) tra i più alti al mondo.

La vulnerabilità delle comunità

La vulnerabilità delle comunità costiere e dei residenti degli atolli è ormai scientifica­mente provata e internazionalmente rico­nosciuta da almeno vent’anni. Gli scienziati concordano che, se il trend attuale di emis­sione dei gas serra non verrà limitato, ci po­trebbe essere un innalzamento della tempe­ratura globale di 4-5 °C entro il 2100, con effetti devastanti per la Terra. Comunque, un innalzamento superiore ai 2 °C avrebbe già un impatto disastroso sulle società uma­ne e sui sistemi ecologici di tutto il pianeta. La Conferenza di Parigi del 2015 (COP 21, vedi anche Accordo di Parigi) è stata vi­sta come il raggiungimento di un traguardo storico. I rappresentanti dei 196 stati par­tecipanti hanno firmato un accordo per im­pegnarsi a ridurre le emissioni di gas serra, assumendosi una responsabilità comune ma differenziata. Ai paesi in via di sviluppo (in particolare India e Cina) è stato concesso di procedere con maggiore calma, a causa della loro più recente industrializzazione. La COP 21 ha fissato anche un obiettivo a lungo termine, che impone di contenere l’aumento del riscaldamento globale “ben al di sotto dei 2 °C” e sollecita sforzi per cen­trare l’obiettivo di 1,5 °C. Gli impegni per la riduzione delle emissioni saranno soggetti a revisione ogni 5 anni a partire dal 2023, nell’ottica di aumentarne progressivamen­te l’ambizione. Nonostante le ragionevoli conclusioni raggiunte dai grandi della Terra, la strada sembra più impervia del previsto dopo l’uscita dall’Accordo di Parigi annun­ciata dal Presidente americano Trump a fine 2019.

Comunque sia, visti gli effetti già in atto, nel vocabolario delle negoziazioni internazio­nali riguardanti il Pacifico la parola mitiga­tion (mitigazione, attenuazione) ha lasciato il posto ad adaptation (adattamento). Se il precedente obiettivo era rallentare l’innal­zamento delle temperature e attenuarne gli effetti, ora l’attenzione è concentrata sulle misure d’emergenza da adottare nel breve termine, gli adaptation aid packages (pac­chetti di aiuti all’adattamento).

L’enfatica definizione sinking islands sem­brava essere fatta apposta per una “spet­tacolarizzazione” del fenomeno rivolta a un pubblico generico, ma è ora utilizzata in saggi accademici, come si evince in biblio­grafia. In particolare questo tema è studiato da un punto di vista giuridico e filosofico, oltre che scientifico e socio-politico. L’ur­genza della situazione ha incentivato studi giuridici sulla questione della responsabilità economica ed etica dei paesi occidentali, i maggiori produttori di gas serra, e una let­tura filosofica sugli obblighi morali della co­munità internazionale verso le popolazioni maggiormente toccate.

 

prof.ssa Paola della Valle, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere e Culture Moderne – Università di Torino; Coordinamento Cambiamenti Climatici UniTo Green Office UniToGO

 

Foto di apertura: Isola Fanning, arcipelago di Kiribati

 

Bibliografia

– Latini Gianni, Bagliani Marco, & Orusa Tommaso. (2020). Lessico e nuvole: le parole del cambiamento climatico – II ed., Università di Torino. Zenodo. http://doi.org/10.5281/zenodo.4276945

– Halstead, Erin (2016). “Citizens of Sinking Islands: Early Victims of Climate Change”, in Indiana Journal of Global Legal Studies, Vol. 23, No. 2 (Summer 2016), pp. 819-838.

– Kempf W., E. Hermann (2014), “Epilogue. Uncertain Futures of Belonging: Consequences of Climate Change and Sea-level Rise in Oceania”, in E. Hermann, W. Kempf, T. van Meijl (a cura di), Belonging in Oceania: Movement, Place-Making and Multiple Identifications, New York-Oxford, Berghahn, pp. 189-213

– Kolers, Avery (2012). “Floating Provisos and Sinking Islands”, in Journal of Applied Philosophy,Vol. 29, No. 4, pp. 333-343

– McAnaney, Sheila C. (2012) “Sinking Islands – Formulating a Realistic Solution to Climate Change Displacement”, 87 New York University Legal Review, pp. 1172-1209.

– Smith, Roy (2013). “Should they stay or should they go? A discourse analysis of factors influencing relocation decisions among the outer islands of Tuvaly and Kiribati”, in Journal of New Zealand & Pacific Studies, Vol 1 (1), pp.23-39.

Pubblicato da Matteo Di Felice, Imprenditore e Managing Director di IdeeGreen.it, Istruttore di corsa RunTrainer certificato RunAcademy FIDAL, Istruttore Divulgativo certificato della Federazione Scacchi Italiana e appassionato di Sostenibilità, il 3 Agosto 2021