Isola di rifiuti, dati allarmanti

Isole di rifiuti: da quella nell’Oceano pacifico all’isola di plastica del nostro mediterraneo. Coordinate Google Earth e dati allarmanti.

Le isole di rifiuti ci mettono di fronte a una triste e deludente realtà: l’impatto nefasto che l’uomo esercita sull’ambiente!

Vi abbiamo già parlato della Great Pacific Garbage Patch, la gigantesca discarica galleggiante delle acque dell’Oceano Pacifico. Purtroppo questa non è l’unica isola di rifiuti presente negli oceani del globo ma proseguiamo per gradi.

Isola di rifiuti nell’Oceano Pacifico

L’isola di rifiuti plastici, la great Pacific Garbage Patch, anche nota con il nome di Pacific Trash Vortex rappresenta un disastro ecologico sotto gli occhi di tutti.

Pacific Trash Vortex significa letteralmente “vortice di pattume dell’oceano Pacifico”, è composta principalmente da plastica che è così abbondante tanto che l’ambientalista David de Rothschild ne ha raccolta parte per riciclarla e costruirci un catamarano di 25 metri!

E’ situata approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord e la sua superficie non è ancora nota, le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km².

Perché non riesco a trovare l’isola di rifiuti galleggianti su Google Earth?

Vi abbiamo dato le coordinate ma se provate a cercare su Google Earth non troverete nulla. Perché? Perché anche per i satelliti di Google registrare le immagini della spazzatura galleggiante è difficile. Per un satellite, è diverso registrare e catturare una nave compatta o una nazione di terra ferma, piuttosto che dei frammenti di plastica. Parte della plastica si trova sotto la superficie dell’acqua e così i satelliti non riescono a catturare immagini uniformi e restituiscono il classico colore del mare. E’ dal 2009 che Google Earth cerca strategie per documentare e catturare le immagini delle isole galleggianti di rifiuti ma l’impresa è ardua. L’isola è formata da microscopici frammenti, alcuni sommersi altri emersi, difficili da leggere con i satelliti.

Quanto è grande l’isola di rifiuti del Pacifico?

Alcuni studi attestano che questa isola di rifiuti occupa un territorio che è tre volte la superficie della Spagna e si sta ancora espandendo.

L’isola di rifiuti potrebbe contentere fino a 100 milioni di tonnellate di detriti e circa tre milioni di tonnellate di plastica. A creare l’isola di rifiuti è stata la mano inquinante dell’uomo: i rifiuti non smaltiti correttamente finivano nelle acque, la formazione dell’isola di rifiuti nell’Oceano Pacifico ha avuto inizio fin dagli anni Cinquanta. Come? Mediante una corrente oceanica con movimenti circolari che trasportavano i rifiuti formando una spirale ad andamento orario, tale corrente è chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico e ha consentito ai rifiuti galleggianti di aggregarsi tra loro.

Isola di rifiuti nell’oceano Atlantico

L’Oceano Pacifico non è l’unico a ospitare un’isola di rifiuti, qualcosa di simile è presente anche nell’Oceano Atlantico, si tratta dell’Atlantic Garbage Patch, situata al largo della costa nord dell’America. L’isola di rifiuti dell’Atlantico copre una superficie compresa tra i 22 e i 38 gradi di latitudine nord, per rendere l’idea, si tratta della medesima distanza che vi è tra Cuba e Virginia!

Isola di rifiuti nel Mediterraneo e nelle acque d’Italia

Anche il nostro Mediterraneo è minacciato gravemente dai rifiuti. Anzi, il problema del Mediterraneo è ancora più grave perché si parla di Mare Chiuso.

Nel Mediterraneo, in media, ci sono 115.000 pezzi di plastica galleggiante per chilometro quadrato. Questa stima ci dice che ci sono più di 290.000.000.000 (290 miliardi) di pezzetti di plastica ei primi quindici centimetri di acqua.

Il problema del Mediterraneo arriva anche in Italia. Si calcola che nel solo bacino nord ovest del golfo di Genova si trovano mediamente 200.000 microframmenti di rifiuti per chilometro uadrato. Al largo di Portoferraio (Isola d’Elba) la quantità di plastica portata dalle correnti supera gli 892.000 microframmenti per chilometro quadrato.

Isole di plastica, danni ambientali

A oggi sono state registrate 5 isole di plastica galleggianti “principali”, cioè con un’estensione che farebbe invidia ai territori nazionali della terra ferma.

  • Due isole di rifiuti nell’Atlantico
  • Un’isola dei rifiuti nell’Oceano Indiano
  • Due isole di rifiuti nell’Oceano Pacifico

Senza parlare delle isole di plastica più piccole e dell’inquinamento sparso nelle acque di tutto il globo, comprese quelle italiane.

I danni di tali isole sono inestimabili, a rischio soprattutto pesci, uccelli marini e flora, per non parlare di tutta l’altra fauna che accidentamente si troverà ad ingerire tali lettiere. Danneggiare la salute dell’ecosistema Terra significa uccidere l’uomo: i pesci ammalati sono quelli che finiscono sulla tavola di noi consumatori.

Le condizioni delle acque oceaniche sono nefaste. La presenza dell’isola di rifiuti nell’Atlantico e nel Pacifico è l’esempio di un quadro molto grave che ha portato alla luce i suoi dati mediante un programma di ricerca di 22 anni, lo studio SEA. Oltre 7.000 studiosi sono andati alla ricerca di rifiuti oceanici e, hanno scoperto, che i detriti di spazzatura nelle acuqe, sono più diffusi di quanto si possa immaginare.

isole di rifiuti

In alcune località, gli studiosi hanno trovato più di 200.000 detriti per chilometro quadrato. “Poca roba” se si considerano i 100 milioni di tonnellate dell’isola di rifiuti del Pacifico che conta oltre 750.000 detriti per chilometro quadratao. In ogni caso, i dati rilevati sono solo una piccola parte dell’enorme quantità di rifiuti presenti nelle acque oceaniche. Le ricerche si sono soffermate pressocché sulla superficie mentre i moti ondosi portano molti rifiuti più in profondità a 20 metri dalla superficie. (Fonte dati, Sea Education Association).

Vedere l’isola di rifiuti del Pacifico e quella dell’Atlantico, leggere i dati della grande discarica che si sta creando nell’ambiente acquoso, non può che deluderci. E’ impensabile che la condotta dell’uomo abbia creato tutto questo.

Pubblicato da Anna De Simone il 21 giugno 2017