Economia della maturità: produrre senza sfruttare risorse

Andrea Butera

L’economia della maturità è una economia stabile in cui si mira alla produzione di beni e servizi che permettono di ridurre al minimo lo sfruttamento del capitale naturale”. Basta  collegare il PIL al benessere, e men che meno all’impatto sull’ambiente che al crescere del primo, peggiore. Federico Butera, docente del Politecnico di Milano, spiega come la tecnologia può aiutarci ma “è necessario prima di tutto una nuova coscienza  individuale e collettiva che guardi al cambiamento di stili di vita. Non un peggioramento, anzi”.

1) La relazione tra crescita all’infinito del PIL e benessere del pianeta: ci spiega la sua posizione?

E’ del tutto fuorviante usare il PIL come indicatore di benessere nei paesi sviluppati. Anzi, troppo spesso il suo aumento corrisponde a un aumento di “malessere”: un ingorgo fa aumentare il PIL, ad esempio, perché aumenta il consumo di benzina e fa cambiare prima l’automobile perché si deteriora; un’alluvione o un terremoto possono fare aumentare il PIL perché bisogna ricostruire.

Il peggio viene dalla relazione fra crescita del PIL e impatto sull’ambiente. Dalle statistiche mondiali emerge una evidente correlazione fra aumento del PIL e aumento dell’uso delle risorse minerarie e aumento dell’impronta ecologica. Più cresce il PIL, oltre un certo limite, più vengono devastate le risorse naturali. Occorre distinguere fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo: in questi occorre che si utilizzino risorse naturali per permettere la realizzazioni di quelle infrastrutture e quei servizi che assicurare un livello di vita decente. Con oculatezza, però, perché il modello di sviluppo cinese, per esempio, non è quello che permette al pianeta di sopravvivere.

2) Lei suggerisce di guardare verso una “economia della maturità”: in cosa consiste?

L’economia della maturità è una economia stabile, in cui non si tende alla crescita del PIL ad ogni costo, ma alla produzione di beni e servizi che permettono di ridurre al minimo lo sfruttamento del capitale naturale.

La riduzione del PIL nei paesi sviluppati non è necessariamente una iattura. La cosiddetta “crescita” (sottinteso “del PIL”) è basata sull’accelerazione del ciclo fatto di tre elementi: l’innovazione di un prodotto o di un servizio, la sua pubblicizzazione e l’accesso al credito per acquistarlo. Questo ciclo viene accelerato e il prodotto o il servizio proposto ieri viene oggi sostituito da un altro nuovo che rende obsoleto quello precedente: il povero consumatore è indotto a ripercorrere il ciclo da capo. Così procedendo si ha un livello di attacco alle risorse planetarie che è ben misurato dall’impronta ecologica, un indicatore che ci dice che in un anno consumiamo una quantità di risorse naturali che richiedono un anno e mezzo per essere rigenerate.

L’eliminazione del consumismo porta certamente a una riduzione del PIL, ma non per questo a una riduzione della qualità della vita, che non è fatta solo di accumulo di nuovi gadget.

Il ciclo economico corretto fa si che l’innovazione abbia il compito di focalizzarsi solo sui bisogni assoluti, concentrandosi su prodotti e servizi che minimizzano l’uso di risorse e la produzione di rifiuti e che abbiano come fine principale la manutenzione del sistema, sostituendo alla filosofia dell’usa e getta quella del riuso, del riciclo e, soprattutto, della riduzione a monte della quantità di materia e di energia che inutilmente immettiamo nelle nostre città e nelle nostre case.

3) In che modo si può “convincere” aziende e governi a guardare a modelli economici più sobri senza temere perdita di profitto?

Le aziende devono rendersi conto dei prodotti e dei servizi di cui la nostra società ha realmente bisogno, tenendo sempre in primo piano la necessità di ridurre l’uso delle risorse naturali e la produzione di rifiuti. Alcune aziende hanno anticipato questa esigenza, e sono fra le non molte che hanno aumentato il loro fatturato in questi ultimi anni di crisi.

Anticipare le esigenze della economia della maturità permette di mantenere o aumentare profitti e occupazione. Ciò, in molti casi, significa cambiare completamente pelle: è certamente difficile ma non impossibile, specie se assistite da una politica opportuna. E qui viene il ruolo della politica. Fino a che la nostra classe politica sarà così cieca, ignorante e autoreferenziale, come ha mostrato di essere fino a ora, non c’è molta speranza.

Se per le aziende può esserci un cauto ottimismo, difficile averlo per la classe politica se non viene totalmente rinnovata, con soggetti più colti e sensibili ai temi ambientali, in senso lato.

L’Europa sta cercando di darci le linee guida. Sta ai politici decidere se continuare a resistere come asini recalcitranti cercando di fare il più tardi possibile e male quello che ci viene chiesto, oppure fare proprio lo spirito della Roadmap 2050 e anticiparne l’attuazione, con beneficio per tutti.

4) Che ruolo ha la tecnologia in questo cambio di modello da lei suggerito?

La tecnologia ha un ruolo certamente importante, ma non bisogna aspettarsi chi sa quali miracolose nuove apparecchiature, si tratta principalmente di “piegare” tecnologie già esistenti ad un funzionamento orientato diversamente.

Il caso più significativo può essere quello delle tecnologie dell’informatica e della telematica. Se uno smartphone viene usato per svolgere una funzione di controllo e regolazione di un impianto di riscaldamento, condizionamento, illuminazione, certamente si possono ottenere risultati straordinari nel campo dell’efficienza energetica: basta solo sviluppare il software giusto.

Il problema principale non sta nella tecnologia, ma negli stili di vita. E’ necessario semplicemente percepire quando una nostra azione sta portando a uno spreco, a un danno globale, con poco o nullo vantaggio personale. Occorre costruire è una coscienza individuale e collettiva che ponga il consumismo nella giusta scala dei valori (cioè in basso), ma in modo non traumatico.

5) Qualche esempio concreto?

L’esempio concreto forse più immediato del ruolo della messa a sistema di tecnologie esistenti è l’edificio a energia zero, i cui consumi energetici annuali totali siano interamente soddisfatti mediante fonti rinnovabili. Per ottenere une edificio a basso consumo di energia, in modo da poterlo soddisfare con – per esempio – dei pannelli fotovoltaici sul tetto, occorre mettere in atto una non facile capacità di progettare in modo integrato fra l’architetto, l’impiantista e l’esperto energetico e dei materiali.

Il problema è trovare l’ottimo energetico ed economico attraverso la scelta appropriata dei materiali da costruzione, dei componenti edilizi, degli impianti di conversione energetica, dei terminali di climatizzazione, eccetera. Si tratta di mettere le singole tecnologie a servizio di una conoscenza integrata, che è il grande valore aggiunto.

Edifici a energia zero ormai cominciano ad essercene in molte parti del mondo, compresa l’Italia.

6) Le imprese che oggi si impegnano con progetti etici e ambientali danno un reale contributo?

La maggior parte delle imprese oggi fanno del “greenwashing”, cioè spacciano per “verde” quello che verde non è, anzi è tutt’altro che verde. Ci sono sempre più eccezioni, per fortuna, a questo approccio sostanzialmente immorale, e alcune imprese hanno capito che il loro riposizionamento culturale verso la valorizzazione dei temi ambientali è un vero cambiamento di etica aziendale che porta alla creazione e conquista di un nuovo mercato.

Una delle prime aziende che lo ha fatto è il gruppo Loccioni, che ha realizzato il primo edificio a energia zero in Italia e che ha cominciato a spostarsi dal mercato originario, principalmente quello dell’automotive, verso quello dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Si è trattato di una scelta tanto etica quanto di lungimiranza. Una scommessa che sta dimostrando di pagare.

Ce ne sono certamente anche delle altre. Sul piano della comunicazione sulle tematiche etica e ambiente sta mostrando – altro esempio – una notevole vitalità la SAP. Forse non è casuale che in entrambi i casi si tratti di aziende che operano nel settore dell’immateriale, dei flussi di informazione e della sua misura.

7) I progetti di micro-finanza possono essere una delle risposte? Con che limiti e a che condizione?

Come abbondantemente dimostrato dalla positiva e ormai consolidata esperienza della Banca Grameen, il micro-credito è il mezzo ideale per permettere lo sviluppo economico e sociale durevole nei paesi più poveri, valorizzando le risorse umane locali ed evitando che i flussi finanziari passino attraverso una classe dirigente spesso inadeguata e corrotta.

Limiti alla pratica del microcredito non ne vedo, in linea di principio, se viene praticato aggirando le cricche di potere locale ,che cercheranno in tutti i modi di osteggiarlo, ma affinché sia realmente efficace, occorre associarlo a progetti di formazione e qualificazione culturale.

Ti potrebbe interessare anche

Microcredito in Italia

Pubblicato da Marta Abbà il 12 novembre 2012