Pet therapy in Italia

Pet therapy in Italia

Pet therapy in Italia: normativa, iter legislativo, linee guida e informazioni utili sui corsi e la pet therapy riconosciuta in Italia.

Il termine Pet therapy è, in realtà, scorretto. Tale parola, fin troppo inflazionata, dovrebbe essere sostituita con la più corretta dicitura “Intervento assistito con gli animali” (Iaa), che a sua volte si distingue in:

  • Terapia assistita con gli animali (Taa)
  • Attività assistita con gli animali (Aaa)
  • Educazione assistita con gli animali (Eaa)

Si tratta di tre diversi approcci della cosiddetta “pet therapy“. Da alcuni anni, in Italia, si sono moltiplicati i programmi di supporto e cura di persone con disabilità, affette da autismo, disturbi psichici… che prevedono il contatto diretto con animali da compagnia.

Pet therapy in Italia

Il Italia, la Pet therapy è stata riconosciuta come cura ufficiale con il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 28 febbraio 2003 in risposta alla richiesta del Ministero della Salute. Nonostante un decreto di riferimento, per molti anni è mancata una normativa completa e, ogni Regione, in piena autonomia, ha disciplinato le attività di Pet therapy in proprio. La mancanza di un quadro normativo ben preciso è andata avanti fino a pochi anni fa: il 25 marzo 2015, con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, ha dato vita a un “accordo” con delle linee guida per la gestione degli Interventi assistiti con gli animali (Iaa).

Le linee guida nazionali per gli “Interventi assistiti con gli animali” sono state proposte dal Centro di referenza nazionale per gli Iaa, che fa parte dell’Istituto zooprofilattico delle Venezie. Tra le linee guida, allo scopo di condurre la pet therapy nel migliore dei modi, l’articolo 3 prevede la presenza di un team multidiscplinare composto da diverse figure professionali come educatore, psicologo, coadiutore dell’animale, coordinatore del progetto e, all’occorrenza, figure specifiche come fisioterapista o nutrizionista.

Pet therapy, corso e iter legislativo

Anche se esistono linee guida per la Pet Therapy in Italia, non è detto che tutte le strutture vadano a seguire gli standard richiesti e che dispongano di tutti i permessi.

Come diventare pet therapist? Secondo l’accordo sancito tra Regioni e Province, le figure professionali o pet therapist che si occupano di seguire il paziente negli “Interventi assistiti con gli animali” (Iaa) devono disporre di una specifica formazione.

Il corso da seguire deve svolgersi presso il Centro di referenza nazionale per gli Iaa, l’Istituto superiore di sanità o gli enti -pubblici e privati- accreditati dalle Regioni e dalle Province autonome. Quindi esistono diversi corsi ma, prima di iscrivervi, è necessario accertarsi che siano opportunamente riconosciuti.  In genere, il corso di formazione per pet therapist è diviso in diversi livelli, in primis si parte con una formazione teorica (nozioni di etologia, normative, cura dell’animale, permessi…) e poi mira all’acquisizione di nozioni pratiche (approccio con il paziente, gestione dell’animale, simulazione di esercizi…). I corsi meglio organizzati per diventare pet therapist o meglio, “coadiutore negli interventi assistiti con animali“, prevedono, alla fine del corso, un periodo di tirocinio presso strutture che ospitano già progetti di attività assistite.

La valenza terapeutica così come lo stesso svolgimento del coso, varia in base all’animale coinvolto.

Quali sono gli animali adatti alla pet therapy? Gli animali considerati adatti per gli “interventi assistiti” sono tutti quegli animali “da affezione”. Gli animali più usati sono il cavallo, l’asino, il cane, il gatto e il coniglio. Il cavallo è così popolare da contare un gran numero di centri specializzati in ippoterapia. Mentre, per una questione di praticità, conigli, gatti e cani sono più utilizzati per la pet therapy nelle scuole, nelle strutture ospedaliere e nei centri per anziani.

Asini e cavalli sono molto usati nella pet therapy per l’autismo e la sindrome di Down, la cui principale difficoltà sta nella capacità di esprimere le emozioni e controllare gli stati d’animo.

Pubblicato da Anna De Simone il 24 novembre 2017