“L’età del cemento” in Lombardia, finirà?

Legambiente - L'età del Cemento

“Perché costruire ad ogni costo? Una colata di cemento ci seppellirà?” Con il documentario “L’età del Cemento” Legambiente Lombardia ascolta e riporta le voci di un territorio in cui negli ultimi 15 anni si è costruito a un ritmo di 117mila metri quadrati al giorno. Il regista Mario Petitto, assieme Carlotta Marrucci, Elena Maggioni e Hulda Federica Orrù, ha girato la Lombardia incontrando chi resiste e chi è minacciato da nuovo cemento e chi rischia di perdere la propria casa per far posto ad un’autostrada.

1) Parlate del consumo di suolo in Lombardia: perché questa regione?

In Lombardia, dal 1997 a oggi, si è costruito a un ritmo di 117mila metri quadrati al giorno, che tradotto vuol dire che è come se avessimo edificato in questi anni altre 7 città della grandezza di Brescia. In una regione con una grande vocazione agricola negli ultimi 8 anni sono spariti oltre 43mila ettari di suolo agricolo, come se avessimo cementificato per 21 volte l’intero Parco del Ticino. E di pericoli all’orizzonte ce ne sono tanti perché la Lombardia rischia di veder arrivare anche oltre 600 chilometri di asfalto tra Brebemi, Pedemontana, Tem e molte altre autostrade ancora, che in alcuni casi hanno già aperto i cantieri.

2) Quando e come hai avuto l’idea di fare il documentario? Chi ha collaborato?

Il tema del consumo di suolo è ancora un argomento per esperti del settore: urbanisti, ambientalisti e ricercatori, o per chi ne subisce gli effetti e si organizza per contrastare il fenomeno. Con “L’età del cemento” ho voluto raccontare il problema attraverso le voci di chi ogni giorno vive e subisce il consumo di suolo: tra chi resiste e chi è minacciato da nuovo cemento e chi rischia di perdere la propria casa per far posto a una nuova autostrada. La disponibilità a raccontarci storie di consumo di suolo è stata straordinaria. Le persone avevano voglia di raccontarci la loro idea sulle conseguenze del troppo cemento.

Legambiente Lombardia ha deciso di produrre il mio film ma è stato possibile realizzare il documentario solo grazie al contributo della Fondazione Cariplo insieme alla quale l’associazione sta portando avanti il progetto “Suolo Bene in Comune”. Ma non avrei potuto realizzare il documentario senza la professionalità di Carlotta Marrucci, Elena Maggioni e Hulda Federica Orrù. Con Carlotta abbiamo passato molte nottate per la post-produzione e con Elena, telecamera in mano, abbiamo attraversato la Lombardia in lungo e largo a caccia di storie e interviste.



3) Quanto tempo ci avete messo? Quali sono state le fasi del lavoro?

Ho lavorato al documentario per circa 9 mesi. Nei primi mesi ho scritto la storia che volevo raccontare e ho pensato alle interviste. Quando finalmente è arrivata la primavera sono iniziate le riprese e i viaggi per i territori della Lombardia. Tra agosto e settembre invece ci siamo chiusi in sala di montaggio e ne siamo riemersi solo a documentario finito.

4) Chi avete intervistato e perché? Cosa ne emerge?

Abbiamo intervistato tante persone che ogni giorno osservano e si indignano per il consumo scellerato del suolo intorno a loro, ma siamo anche andati da professori del Politecnico e da urbanisti per farci spiegare le cause del fenomeno e ovviamente abbiamo ci siamo fatti raccontare il problema attraverso l’esperienza di Legambiente.

Dal documentario, come dice anche il titolo, emerge che negli ultimi 60 anni abbiamo vissuto nell’era del cemento, che insieme a quella dell’automobile ha dettato le regole economiche della nostra società. Quello che abbiamo colto nel nostro viaggio attraverso la Lombardia è che si è costruito troppo, e troppo spesso senza che ce ne fosse un reale bisogno: la cosa che più ci ha colpito è vedere una quantità di capannoni sfitti mentre a pochi metri, contemporaneamente, se ne stavano costruendo di nuovi, o palazzi e uffici completamente disabitati. Per non parlare delle seconde case: ci sono alcuni paesi di montagna che sono stati ricoperti di abitazioni ma che anche in piena stagione turistica sono deserte. Insomma l’appetito edificatorio è sempre forte, a scapito dei nostri territori più belli.

5) Nel documentario vi chiedete: “Ma a chi servono i nuovi edifici se poi restano invenduti? Perché costruire ad ogni costo?”: che risposta vi siete dati?

Per usare le parole del documentario: costruiamo non per un bisogno reale, né per un bisogno dell’economia, né per un bisogno di abitazioni, costruiamo e si è costruito principalmente per cristallizzare delle rendite: la moneta sonante degli ultimi anni ha come corrispettivo il metro cubo immobiliare. E a farne le spese è sempre il suolo – risorsa non rinnovabile – che in Italia non gode di alcuna tutela.

6) Raccontaci qualche storia che ti ha maggiormente colpito.

Sono rimasto colpito da tutte le storie che abbiamo ascoltato ma ancora di più dalla passione con cui le persone ci raccontavano le loro esperienze. Certo è significativa la situazione dell’allevatore che rischia di essere cacciato dalla sua azienda agricola, la cascina Zerbone, per far posto a nuove case. Abbiamo raccontato la sua storia perché la cascina si trova esattamente a 7 chilometri dal Duomo di Milano, appena dopo la tangenziale. È uno dei polmoni verdi di Milano e insieme alla cascina Campazzo è anche l’ultima a produrre latte così vicino alla città. Eppure tra un po’ l’allevatore potrebbe essere costretto a fare le valigie per fare spazio a nuovo cemento.

Anche i grattacieli vuoti alla periferia di Milano mi hanno colpito molto: in una città con 100 mila vani vuoti si continua a costruire abbondantemente. Ma il consumo di suolo passa anche attraverso chi viene cacciato dal proprio terreno per far posto ad una autostrada o chi non si rassegna a vedere le coste dei nostri meravigliosi laghi rovinate da inutili seconde case.

7) Se ci fosse una “L’età del cemento – 2: il ritorno” fra 10 anni, cosa immagini di poter raccontare?

Io spero che la crisi finanziaria di questo periodo possa insegnare che non possiamo investire per sempre nel mattone e che il suolo non è una risorsa infinita. Mi auguro che tra 10 anni si possa raccontare finalmente la bellezza della Lombardia, di una regione che ha dei territori incontaminati e una produzione agricola che in Europa ci invidiano.

Ecco in futuro mi piacerebbe dire che l’era del cemento è finita e invece si è aperta l’era della bellezza per la Lombardia.

Pubblicato da Marta Abbà il 1 novembre 2012