Fiumi, laghi e oceani, inquinati se visti dall’Himalaya

Team IRSA sull'Himalaya

Sull’Himalya a studiare le acque e il clima. Perchè? Perchè le acque ferme o stagnanti  sono registratori naturali delle vicende idroclimatiche e non solo: accumulano le specie chimiche diventano la testimonianza di quanto e come le acque si inquinano nelle zone invece urbanizzate ed industrializzate. A raccontare cosa succede lassù, Franco Salerno, ricercatore (IRSA-CNR) e responsabile di questo progetto scientifico “ad alta quota” per il Comitato EVK2CNR.

1) Perchè studiare le aree remote?

Le aree remote della Terra fin dagli albori degli studi ambientali sono state considerate un luogo privilegiato per indagare sullo stato dell’inquinamento del Pianeta. Alla fine degli anni ’80 gli studi dei meccanismi di trasporto a grande distanza di alcuni inquinanti erano già molto sviluppati sulle Calotte Polari, in Groenlandia, nelle isole remote del Pacifico ma la ricerca in aree montane remote non era ancora considerata in senso globale.

Nel 1989, quindi, l’EvK2CNR, data la mancanza di adeguate ricerche ambientali nelle aree più elevate della Terra in Asia Centrale,  ha deciso di avviare proprio lì i primi studi interdisciplinari sugli ecosistemi acquatici.

2) Dove e con quale obiettivo?

In Himalaya e Karakorum, con due obiettivi: l’indagine naturalistica conoscitiva, vista l’allora pressoché totale mancanza di informazioni nell’area del Monte Everest dove si avviarono le ricerche, e l’acquisizione delle prime indicazioni sulla presenza d’inquinanti nelle deposizioni umide e nei laghi.

Le acque ferme o stagnanti, e i relativi sedimenti, sono registratori naturali delle vicende idroclimatiche, ma anche accumulatori di specie chimiche quindi, essendo quasi assente l’impatto dell’attività umana: lì, i laghi d’alta quota diventano testimoni ideali per conoscere l’entità degli apporti di inquinanti generati nelle aree più urbanizzate ed industrializzate.



3) Con che approccio sono iniziate e proseguono le attività di ricerca? Con che difficoltà?

L’approccio, interdisciplinare, oggi obbligato, è stato scelto fin dall’inizio quando invece rappresentava un’ulteriore sfida. Infatti si doveva anche far fronte all’assenza di adeguate strutture di supporto alla ricerca, alle difficoltà legate all’operare ad alta quota, alla mancanza di energia elettrica e, non ultimo, alla lontananza dei ricercatori dai propri laboratori.

Per finire, assieme all’attività di ricerca, dalla prima campagna nacque la necessità aggiuntiva di acquisire informazioni morfologiche e geologiche (le mappe erano ancora incomplete), climatiche (le ultime informazioni risalivano a un decennio prima), idrochimiche di piogge/nevi, acque correnti e lacustri (mai effettuate prima), e limnologiche (l’indagine più recente era della metà degli anni sessanta).

4) Oggi cosa avete in mano?

In oltre un ventennio di studi si è creata una rete di misure climatiche che presenta ora una delle serie più lunghe dell’area himalayana, fondamentale per l’interpretazione delle variazioni idro-morfologiche degli ambienti lacustri e quelle associate alle aree glacializzate. Proprio per queste ultime è stato chiaramente dimostrato il legame con i cambiamenti globali, altri studi hanno invece confermato altri fenomeni rilevanti (il trasporto di ioni marini e acidificanti primari e secondari, i fattori geochimici locali nella determinazione delle matrici acquatiche, l’identificazione di una limitazione da azoto alla produzione primaria lacustre).

Sono state fatte anche delle indagini sulle forme di radiazione UV che hanno permesso di identificare alcuni aspetti riguardanti la biodiversità.

5) Che lavoro è stato svolto da IRSA?

Decine di campagne – assieme allo Studio degli Ecosistemi (ISE-CNR) del CNR e grazie al sostegno di EvK2CNR – che hanno dato risultati nelle scienze acquatiche: hanno dimostrato che l’integrazione disciplinare nelle ricerche in aree remote è fondamentale

per ottenere dalle informazioni desunte dalle singole indagini interpretazioni che abbiano una valenza globale.

6) Qualche esempio?

Le misure sui microinquinanti organici persistenti di origine antropica effettuate nei sedimenti lacustri e nei suoli a varie quote, in cui sono stati rilevati composti xenobiotici, talvolta anche in concentrazioni molto elevate a causa dell’effetto della condensazione per le basse pressioni e temperature. Questi risultati sono importanti perché dimostrano che il connubio tra clima, atmosfera ed ecosistemi terrestri è sempre più indissolubile man mano che ci si muove verso le aree remote della Terra, luoghi nei quali le risposte ai fenomeni ambientali non possono essere che uniche.

7) Che progetto è attualmente in corso?

Si chiama SHARE-RIVERS ed è finalizzato a fornire una valutazione generale, quantitativa e qualitativa, delle acque di scorrimento superficiale nel Parco Nazionale del Sagarmatha (SNP) (bacino idrografico del Dud Koshi). Particolare l’attenzione verrà posta alla valutazione dei possibili effetti causati dal cambiamento climatico (locale e regionale) sulla disponibilità e sull’utilizzo potenziale della risorsa idrica. In questo contesto, sarà posta l’attenzione anche verso alcuni indicatori di qualità dell’acqua per rilevare gli impatti antropici locali e globali.

La foto di apertura rappresenta la missione condotta dal Team italiano dell’IRSA (Istituto di ricerca sulle acque del CNR) e dai tecnicci locali in luglio nella valle del Khumbu sulle pendici del Mt Everest (quota 5050 m) (Nepal). Franco Salerno è il secondo da sinistra. E’ il responsabile scientifico dellle ricerce sulle risorse idriche che l’Italia conduce in Nepal per conto del Comitato EVK2CNR.

Pubblicato da Marta Abbà il 30 agosto 2012