GardMed, per salvare i giardini del Mediterraneo

Stena Paternò

Mancano fondi per i giardini Mediterranei  vittime di atti di vandalismo: la gente non li sente come “bene comune” ed ecco quindi GardMed, un network per renderli sostenibili e amabili. Tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono chiamati a partecipare. Si può fare! Stena Paternò, Project Manager – Gardmed, racconta infatti che “i parchi delle città americane e inglesi negli anni 70 vivevano lo stesso degrado e oggi godono di un’ottima gestione partecipata e spesso volontaria da parte dei cittadini”. L’80% delle risorse che li “innaffiano” sono di privati, fondazioni o associazioni filantropiche che hanno a cuore il “loro” spazio verde. 

1) Quando è nata GardMed e con quale obiettivo? Che soggetti partecipano? 

Gardmed è un progetto nato nel 2009 in risposta ad un bando della Commissione Europea volto a sviluppare cooperazione territoriale tra l’Europa e i Paesi del Bacino Mediterraneo non membri dell’UE (ENPI, ovvero la cosiddetta politica di vicinato). In quel caso avevamo coinvolto Grecia, Portogallo, Spagna, Malta, Libano, Palestina, Giordania ma il progetto non arrivò mai ad essere valutato per un problema di carattere amministrativo. Successivamente, nel 2010 partecipammo ad un bando di cooperazione territoriale solo con Malta (programma Italia Malta, sempre finanziato dalla CE) che è quello che attualmente stiamo sviluppando. Quest’anno (2012) abbiamo riprovato a candidarci nuovamente coinvolgendo Grecia, Giordania, Spagna, Malta, Palestina e Italia. L’obiettivo è quello di creare un network di giardini mediterranei. Il progetto più ampio con più paesi punta molto sul modello di gestione per rendere i giardini sostenibili, mentre quello con Malta ha anche una componente di sviluppo del turismo integrato tra le due isole, Malta e Sicilia.

2) Perchè negli scorsi anni i giardini Mediterranei sono entrati in crisi?

I giardini Mediterranei sono entrati in crisi per svariati motivi e oggi prevale una progettazione insostenibile che non considera il contesto socio culturale e climatico e quindi ricorre a specie vegetali ad alta manutenzione. Ad esempio prati all’inglese in luoghi che hanno scarse risorse d’acqua.

Tra le cause della crisi c’è la mancanza scuole di giardinieri e paesaggisti nel sud del Mediterraneo:  si è persa la tradizione e la cultura del giardino Mediterraneo e negli anni è arrivata l’influenza delle culture più nordiche e continentali.

Il  giardino mediterraneo, inoltre, caratterizzato anche dalla produzione di frutta, è diventato insostenibile economicamente e ha prevalso la cultura della cementificazione e della speculazione edilizia. I giardini Mediterranei e in generale i giardini storici, non ricevono attenzione che sul piano culturale e politico e sono quindi a rischio di estinzione. Nel Sud, soprattutto, i giardini non sono riusciti a trasformarsi in qualcosa di produttivo e reinventarsi un futuro.



3) Quali misure/accordi anche a livello internazionale oggi esistono per conservare gli spazi verdi nel Mediterraneo?

A livello internazionale esistono norme, leggi e programmi in difesa dell’ambiente (Kyoto, convenzione del paesaggio, carbon foot print, ecc.) ma nella realtà quotidiana – a queste latitudini- la tutela dell’ambiente è relegata a micro-buone azioni quotidiane dei singoli, privati o amministratori di piccole comunità. Questo è fortemente contraddittorio.

Non esiste una cultura diffusa, anche politica, e una normativa capace a livello locale di salvaguardare, valorizzare e rendere i giardini, ma più in generale la natura, quello che dovrebbe essere: una enorme opportunità di sviluppo umano ed economico. Per rendersene conto basta  guardare la differenza con i parchi e i giardini continentali che invece generano occupazione, turismo e programmi educativi per tutti.

4) Cosa significa creare una rete di supporto e di competenza tecnica per i giardini Mediterranei?

Nella pratica significa creare occasioni di incontro fisico e virtuale tra addetti al settore ma anche appassionati, professionisti e amministratori locali e proprietari privati, per scambiarsi idee, lavorare a programmi comuni, sviluppare imprenditorialità diffusa intorno al mondo dei giardini mediterranei.

5) In cosa consiste la collaborazione con Malta?

La collaborazione con Malta ha consentito di individuare un set di criteri per selezionare i giardini che possono fare parte della rete ed è in fase di realizzazione uno studio per capire quale e se è opportuno costituire un soggetto giuridico GardMed che possa stabilire le regole del gioco. Sempre con Malta sono stati finanziati 15 eventi culturali nei giardini di Siracusa e Floriana ed è stato organizzato un road show per 5 tour operator esteri specializzati in eco-turismo.

I due Orti Botanici hanno messo a punto un modello di scuola di giardinaggio per i giardinieri della rete e realizzato un primo modulo sperimentale, si sta studiando un modello di gestione per la sostenibilità del giardino, sul piano sociale, culturale, economico e gestionale, che verrà implementato nei giardini di Villa Reimann, a Siracusa, e di George V, a Malta.

On line intanto ci sarà presto il sito dedicato alla collaborazione tra i membri della rete e tutti i giardini appartenenti saranno dotati di catalogo, targa, gadget. A fine marzo è in programma un convegno internazionale per dettare nuove linee guida ed estendere la rete.

6) Quanti giardini oggi fanno parte di GardMed? Ci sono altri giardini che vorreste avere nella vostra rete?

Al momento esistono 18 giardini tra pubblici e privati , compresi i due orti botanici delle università di Catania e Malta, e vorremmo estendere la rete a tutte le regioni che si affacciano sul bacino del Mediterraneo.

7) Quanto costa mantenere i giardini? Quale contributo pubblico ? E privato?

I giardini che abbiamo selezionato vivono tutti un difficilissimo momento che negli ultimi 5 anni è diventato drammatico, sul piano delle risorse finanziarie. Per questo motivo il nostro progetto mira a definire modelli di gestione in grado di attirare risorse pubbliche e private, coinvolgendo il più possibile la collettività.

In particolare per i giardini pubblici, uno dei amggiori problemi è il costo di manutenzione dovuto all’incuria e al vandalismo causato non solo dalla degenerazione sociale, ma anche dal fatto che ciò che è pubblico non è considerato un bene collettivo bensì  “dell’amministrazione” quindi diventa  catalizzatore di tutto l’astio nei confronti della pubblica amministrazione e della politica.

Noi cerchiamo di coinvolgere la collettività e i maggiori portatori di interesse (famiglie, bambini, anziani)  per fare breccia con il concetto che il bene pubblico deve essere sentito come proprio.

I parchi e giardini di città americane e inglesi che negli anni 70 vivevano lo stesso degrado oggi sono per noi un esempio di gestione partecipata e spesso volontaria da parte dei cittadini. La maggior parte di questi giardini sono sostenuti solo al 20% da risorse pubbliche, il resto sono privati e fondazioni o associazioni filantropiche che organizzano volontari che hanno a cuore il “loro” spazio verde.

Pubblicato da Marta Abbà il 18 settembre 2012