Cohousing: abitare il meglio di oggi e di ieri

 

Un esempio di Casa di buon vicinato al Villaggio ViBRE di Casatenovo (Lecco)

Un esempio di Casa di buon vicinato al Villaggio ViBRE di Casatenovo (Lecco)

Si sente sempre più spesso parlare di co-housing, ma che cos’è? Il cohousing (che per semplicità si può scrivere senza trattino e che all’italiana diventa cohausing), è un modo di abitare che prevede la condivisione di spazi e servizi con i vicini di casa. Questi ultimi possono essere amici di vecchia data con cui si è deciso di vivere in (quasi) comunità, oppure persone incontrate al momento di scegliere l’abitazione, anche loro interessate a questo modello di vita.

Una declinazione semplice del cohousing sono le case di buon vicinato, di cui oggi si parla molto, un modello di villaggio ecologico improntato sulla qualità e sulla economicità delle soluzioni, dove la socialità in stile ‘cascina di una volta’ è semplicemente facilitata dal modello architettonico del villaggio, ma senza patti anticipati, vincoli e restrizioni.

La condivisione con i vicini su cui si fonda il principio del cohousing può avere ‘differenti gradi di intensità’ a seconda dei progetti e riguardare uno o più servizi, dall’asilo nido condomiale all’orto, dal wi-fi collettivo al bike o car sharing. In ogni caso l’obiettivo di chi sceglie il cohousing è vivere in modo meno faticoso e meno costoso, perché se certe cose si condividono pesano (e costano) meno.

Dove nasce l’idea? Del cohousing si dice che è un nuovo modo di abitare, ma in realtà è molto antico. Da sempre gli uomini si sono aiutati l’un l’altro abitando vicino, scegliendo di stare in aree aperte verso l’interno e chiuse verso l’esterno. Il primitivo accampamento, le città medievali, le residenze del secolo scorso presentano forti analogie: sono tutte accomunate da aree di lavoro e socializzazione verso l’interno e da sistemi di difesa verso eventuali attacchi esterni.

Certamente le forme dell’architettura sono strettamente collegate al tempo e al tipo di socialità in cui si vive. Anche il cohousing ha un’architettura propria, che se andiamo a vedere non è diversa da quella delle corti aperte di una volta. Di nuovo nei progetti architettonici di oggi ispirati al cohousing ci sono le scelte tecnologiche e i materiali, di solito quelli della bioarchitettura e alla bioedilizia per una sorta di affinità elettiva.

Perché se ne parla? Perché a qualcuno piace, ovvio. Ma se oggi il cohousing torna a essere un modello di riferimento è perché forse si sente il bisogno di una socialità che è andata un po’ persa e anche un po’ di ‘fare squadra’ per affrontare meglio le difficoltà, non ultime quelle di un nuovo scenario economico. Un tempo l’accentramento di alcuni ‘servizi’ era il fattore che consentiva alla comunità della cascina, pur operante in condizioni difficili, di avere un’elevatissima redditività. Perché, con le debite differenze, non provare a fare lo stesso oggi?

Nel cohousing si possono condividere tante cose con i vicini di casa. Prima che la riduzione delle aree coltivabili e la meccanizzazione agricola portasse, verso la fine degli anni ’80, l’abbandono delle terre, nelle cascine si è assistito anche alla condivisione delle auto (questo quando il termine ‘car sharing’ non era ancora stato coniato). Perché non rispolverare quell’uso?

Un altro punto di forza del cohousing è la cura dei bambini: quanto tempo e quante energie risparmiati aiutandosi tra vicini, e potendo contare su un cortile-giardino interno dove giocare. E poi le utenze: un contratto unico condominiale  per l’energia elettrica, un impianto telefonico unico con contabilità separata, una connessione unica per la banda larga… quanti vantaggi a costo zero!

Cosa serve? A parte volerlo, per fare cohousing serve un progetto architettonico funzionalmente mirato alla condivisione. I comfort di oggi e la socialità di una volta non possono prescindere dalla tecnologia (che è un grande aiuto) e prima ancora da un buon progetto. L’orientamento dell’edificio e la suddivisione degli spazi sono molto importanti.

L’edificio progettato per il cohousing ha spesso una forma a corte con zone giorno verso l’interno (come le antiche corti) che permettono una visione diretta dell’area comune per il controllo dei bambini, la comunicazione diretta tra i condomini e la sorveglianza. Questo senza rinunciare alla propria privacy perché gli ingressi possono essere separati e diretti dai box, così ognuno può entrare e uscire con chi desidera senza essere visto.

Pubblicato da Michele Ciceri il 6 giugno 2013