Certificati verdi: cosa sono e come ottenerli

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Certificati verdi: una forma di incentivazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, una forma tormentata che ha mostrato distorsioni e che in Italia in particolare ha subito modifiche e ricevuto critiche. Perplessità ancora oggi restano, fatto sta che i certificati verdi si riferiscono solo e soltanto ad impianti entrati in servizio entro il 12 dicembre 2012. Man mano sono subentrati altri meccanismi di incentivazione. Forse non erano verdi abbastanza, o hanno rivelato sfumature nerastre.



Certificati verdi: cosa sono

I certificati verdi sono titoli negoziabili usati anche nei Paesi Bassi, Svezia, Gran Bretagna e oltreoceano, in Italia sono stati introdotti dal decreto di liberalizzazione del settore elettrico noto come Decreto Bersani. Ad essere coinvolti in questa forma di incentivazione sono le imprese e le attività che producono energia da fonti convenzionali (petrolio, carbone, metano): i certificati verdi permettono loro di rispettare l’obbligo di usare fonti rinnovabili per il 2%, come legge vuole.

Il GSE (Gestore Servizi Energetici) è il soggetto che rilascia i certificati verdi e lo fa andando a guardare la quantità di energia prodotta dagli impianti interessati a questi incentivi, quelli alimentati da fonti rinnovabili e attivati entro il 2012. Il numero di questi certificati verdi, quindi, finisce per dipendere sia dal tipo di fonte rinnovabile, sia da eventuali interventi impiantistici come una nuova costruzione, una riattivazione, un potenziamento e un rifacimento.

Detta in altro modo, quando accade che un impianto “green” riesce a produrre energia emettendo meno CO2 di quanto avrebbe fatto un altro con fonti fossili (petrolio, gas naturale, carbone ecc.) allora conquista dei certificati verdi che quindi corrispondono ad un “tot” di emissioni “risparmiate” al pianeta Terra. Una volta che il gestore di uno di questi impianti “green” ha in mano i suoi meritati certificati verdi, può rivenderli a chi dovrebbe produrre una quota di energia mediante fonti rinnovabili, ma non lo fa.O non lo può fare da solo.

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Certificati verdi: GSE

In Italia, come abbiamo visto, i certificati verdi sono emessi dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE) su richiesta dei produttori di energia da fonti rinnovabili, dopo che hanno ottenuto un “okay” rispetto alla procedura di “qualifica di impianto alimentato da fonti rinnovabili” (qualifica IAFR).

Passato l’esame, il GSE, che mantiene traccia delle emissioni dei certificati verdi e delle relative transazioni mediante un sistema informatico dedicato, assegna al gestore un codice identificativo con cui poi può accedere al proprio conto proprietà. Di certificati verdi.

Tra questi gestori ci sono anche, più che ammessi, i soggetti che voglio effettuare attività di trading di certificati verdi: li vendono a chi non li sa o non li riesce a conquistare da solo. Tornando al conto proprietà, il GSE lo attiva in concomitanza con la prima emissione di certificati verdi e il produttore da quel momento in poi potrà consultarlo on line accedendo al sistema informatico dedicato, monitorando cessioni e variazioni.

Certificati verdi: valore e prezzo

Ciascuno dei certificati verdi ha un valore che convenzionalmente corrisponde alla produzione di 1 MWh di energia rinnovabile. Dato che per rispettare l’obbligo di legge sulle fonti rinnovabili, non potendo immettere in rete energia elettrica pulita, si possono comprare i certificati verdi da altri, ovvio che essi hanno anche un prezzo di mercato. Questi acquisti e vendite avvengono in una borsa gestita da GME a cui si rivolge l’impresa produttrice di energia quando vuole, in verità deve, acquistare i certificati verdi che le mancano per essere a posto con l’obbligo che incombe su di lei.

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Lato venditore di certificati verdi, è bene sapere che si possono accumulare aspettando di venderli quando il loro valore è cresciuto a seguito della domanda di mercato. Nel 2006 il prezzo dei certificati verdi è stato pari a circa 125 €/Mwh. Oggi, 2016, agli impianti che producono energia rinnovabile e che sono entrati in esercizio entro il 31/12/2012 viene riconosciuto per il periodo residuo di incentivazione successivo al 2015 un incentivo I sulla produzione netta incentivata, aggiuntivo ai ricavi derivanti dalla valorizzazione dell’energia.

Questo incentivo è pari a: I = K x (180 – Re) x 0,78. Calcolatrice alla mani, direi, considerando che Re è il prezzo dell’energia elettrica definito dall’AEEGSI. Qualche esempio in cifre: per gli impianti alimentati da biomasse, escluso il biogas, sempre entrati in esercizio entro il 31 dicembre 2012, il prezzo di cessione dell’energia elettrica Re è fissato a 77,00 €/Mwh. Per gli impianti a bioliquidi cogenerativi il prezzo di riferimento per Re è 91,34 €/Mwh.

Certificati verdi: durata

I certificati verdi hanno validità triennale: rilasciati in un ceto anno di riferimento, possono essere usati per ottemperare all’obbligo anche nei successivi due anni. Si legge però che, in merito agli incentivi legati ai certificati verdi a partire dall’anno 2016 gli incentivi, le tempistiche sono le seguenti.

Il GSE li erogherà su base trimestrale entro il secondo trimestre successivo a quello di riferimento. Intanto gli operatori potranno avere la certificazione mensile della produzione incentivata, del relativo controvalore economico dell’incentivo e della data di erogazione da parte del GSE. Quando la produzione di energia degli impianti non è determinabile su base mensile, o nel caso di impianti di cogenerazione abbinati a teleriscaldamento, gli incentivi verranno erogati dal GSE su base annuale.

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Certificati verdi: durata

Pensati per incentivare virtuosi processi di produzione di energia, sgravando lo Stato del dovere di intervenire direttamente, i certificati verdi si sono mostrati indifesi davanti a fenomeni di distorsione per nulla trascurabili. Questo ha in parte annullato il loro essere verdi, la loro mission di ridurre i gas serra.

Spieghiamo meglio: i sussidi previsti dai certificati verdi sono stati concessi anche a “fonti cosiddette assimilate alle rinnovabili”. Una categoria che ci siamo inventati di sana pianta noi italiani e che a non poco vanificato gli sforzi del provvedimento. Infatti “grazie” a questo “assimilate” la maggior parte dei fondi stanziati per questi incentivi sono finiti nelle tasche di chi produceva energia tramite combustione di scorie di raffineria, sanse o incenerimento dei rifiuti. Il decreto Bersani è poi stato corretto, ma i fondi dati a certi soggetti ben poco verdi, non tornano indietro.

Altre distorsioni si sono verificate per una mancata calibrazione dell’incentivazione rispetto al costi e produzioni. Esemplare, per modo di dire, il caso dell’eolico. “Troppi” incentivi hanno portato ad un anomalo e innaturale l’ampliamento delle aree del territorio nazionale dove era conveniente installare un impianto eolico. Una incentivazione, come in questo caso, non calibrata sulla base della produzione che si vuole raggiungere, o sui costi che si vogliono sostenere, ha portato a conseguenze tutt’altro che virtuose.

Altro che mission dei certificati verdi a beneficio del Paese e dell’ambiente: si è ottenuto un effetto di degrado di territori o paesaggi con conseguente danno al settore culturale e turistico. Fino a speculazioni vere e propri a cui l’Italia non è estranea. Agli antipodi del caso dell’eolico, sempre in merito ai certificati verdi, c’è quello del solare fotovoltaico e del solare termodinamico. Il meccanismo così pensato se ha aiutato troppo l’eolico, non è riuscito a spingere ed incentivare queste altre forme di produzione di energia che, meno mature industrialmente, sono rimaste in un angolo.

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Pubblicato da Marta Abbà il 18 febbraio 2016