Che cosa è l’Impronta Ecologica

Uscire dal supermercato con un carrello ricco di buste di plastica, scatolame e con tanti prodotti che hanno percorso migliaia di chilometri prima di arrivare nella vostra credenza è molto diverso dal fare la spesa con buste di stoffa destinate a contenere solo prodotti locali. In tal modo abbasserete notevolmente la vostra impronta ecologica. Ma che cosa è l’impronta ecologica?

L’impronta ecologica è un metodo di misurazione elaborato nella prima metà degli anni ’90 dall’ecologo William Rees della British Columbia University. Il metodo è stato rielaborato dal suo allievo Mathis Qackernagel, direttore dell’Ecological Footprint Network, cioè, responsabile del centro ecologico più autorevole e riconosciuto a livello internazionale.

L’impronta ecologica è un indice statistico utilizzato per misurare la richiesta umana nei confronti della natura. Essa mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle. cit. wikipedia

In altre parole, si calcola il numero di ettari globali pro capite come consumo di territorio biologicamente produttivo. A partire dal 1999, anche il WWF ha deciso di adottare tale metodo di misurazione e aggiorna periodicamente il calcolo dell’impronta ecologica nel suo rapporto annuale “Living Planet Report“. Nel calcolo dell’impronta ecologica si considera l’utilizzo di sei categorie principali di territorio:

  • terreno per l’energia: l’area di foresta necessaria per assorbire l’anidride carbonica prodotta dall’utilizzo di combustibili fossili;
  • terreno agricolo: superficie arabile utilizzata per la produzione di alimenti ed altri beni (juta, tabacco, ecc.);
  • pascoli: superficie destinata all’allevamento;
  • foreste: superficie destinata alla produzione di legname;
  • superficie edificata: superficie dedicata agli insediamenti abitativi, agli impianti industriali, alle aree per servizi, alle vie di comunicazione;
  • mare: superficie marina dedicata alla crescita di risorse per la pesca.

E’ importante sottolineare che tale calcolo comprende solo le emissioni di CO2 ed esclude gli altri gas serra come l’azoto. I limiti sono riconosciuti dagli stessi autori del metodo di misurazione, un’altra grossa pecca riguarda l’energia, no vi sono riferimenti all’approvvigionamento da fonti non rinnovabili e inoltre nel caso dell’energia nucleare, il territorio per lo stoccaggio delle scorie radiattive è del tutto ignorato.

Considerato i limiti del metodo di calcolo dell’impronta ecologica c’è da dire che il valore ottenuto è sottostimato: il danno ambientale reale è di gran lunga maggiore di quello mostrato dall’impronta ecologica. Nonostante le grandi pecche, l’impronta ecologica resta il metodo di misurazione adottato dai governi, è un utile strumento di riferimento ma anche se si dovesse raggiungere la parità tra consumi stimati e risorse, non si arriverebbe alla soluzione dei problemi ambientali dato che le stime si discostano notevolmente da quelli che sono i parametri riscontrati nella pratica.

L’impronta ecologica personale, di solito prende in esame cinque categorie di consumo:

  • Alimentazione
  • Abitazione
  • Trasporti
  • Beni di consumo (cellulari, computer, plastiche pet, gadget, accessori, device…)
  • Servizi

Con il caso introduttivo, ovvero con la spesa fatta in modo consapevole con buste di stoffa e prodotti a chilomentro zero, si coprono tutti i punti appena elencati: l’alimentazione sarà sostenibile perché proveniente da un piccolo produttore locale, non ci sarà necessità di un trasporto da una regione o addirittura tra una nazione all’altra; si avrà la riduzione di beni di consumo perché le buste e gli imballaggi saranno sostituiti da borse di plastica e di conseguenza si sfrutteranno meno risorse: un produttore locale non sfrutta energia come potrebbe fare una grande azienda e anche il suolo occupato è di gran lunga inferiore. Quello introduttivo è un semplice esempio di come i nostri gesti quotidiani possono fare la differenza e abbassare di gran lunga la nostra impronta ecologica personale.

Ti potrebbe interessare anche

Città Resilienti: significato ed esempi

Pubblicato da Anna De Simone il 4 febbraio 2012